Racconti di quotidianità e ricette per arricchirla

giovedì 20 febbraio 2014

1 ANNO DA SINGLE - TIRAMISU
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E’ arrivata l’ora di tirare le somme. Tra due giorni esatti compirò il mio primo anno da single. Anzi, diciamo “un anno da single", perché dire “il primo anno” equivale ad affermare che ne seguiranno anche molti altri, e invece io, per quanto ne dica mia madre e anche qualche mia amica, sono certa che presto troverò l’anima gemella.
Il mio anno da single inizia esattamente la mattina del 22 febbraio 2013, quando piombo nella stanza d’ufficio della Runci col mio cappottino bianco e due buste di mais del supermercato con dentro vestiti messi a casaccio: “mi serve un posto dove andare e magari anche qualche mutanda”. Da lì in poi, lo sapete tutti, non solo la Runci mi ha riempito di mutande (non so come, perché da quando la conosco non fa che comprarne di nuove perché a quanto pare una volta entrate nella lavatrice non ne riescono e quindi il cassetto è sempre vuoto) ma ha riempito il mio cuore con tutto il suo amore. La Runci mi ha viziata, coccolata, tolto gli occhiali quando mi sono addormentata sul divano, ascoltato ogni mio singolo mugugno, fatta ridere a crepapelle solo per il fatto di esistere nella mia vita, insegnato a vivere il momento (qui qualcuno avrebbe da ridire, ma immaginate cos’ero prima!), incoraggiata ad essere me stessa e seguire cosa sentivo… Insomma, nella pratica ha sostituito egregiamente la figura dell’uomo che vorrei accanto, anzi lo ha fatto a dir poco troppo bene dato che non ho ancora trovato nessuno che possa sostituirla!
Così dal 22 Febbraio 2013 ho cambiato casa, ho cambiato stile di vita e ho cambiato fidanzato, anzi ne ho cambiato più di uno! Il primo che ho frequentato dopo essermi lasciata, su questo blog non ve ne ho mai parlato, e non perché non sia stato importante, ma all’epoca la ferita per me e per il Calzinaio Matto era ancora un po’ aperta e ci vedevamo ancora spesso e quindi non ho voluto informarlo di come proseguisse la mia vita privata. La relazione con questo ragazzo è iniziata abbastanza presto, circa un mesetto e mezzo dopo la rottura con il Calzinaio Matto e tra stop vari e una frequentazione in mezzo con il ragazzo delle faccine, alla fine è stata trascinata fino a dopo l’estate. Durante l’estate, appunto, come ricorderete, c’è stata la conoscenza delle emoticon di whatsapp che ho scoperto vivere di significato proprio. E devo alla relazione facebookiana che ho avuto con questo tipo anche la scoperta di nuovi tasti del cellulare, dell’applicazione note per scrivere la brutta dei messaggi e la voglia di tornare a scrivere sul mio blog. Quindi, in realtà, per quanto ci sia stato poco o nulla tra di noi, alla fine anche questo tipo ha per me avuto una certa rilevanza, tanto che, se ora mi è chiaro che cerco qualcuno che usi il cellulare solo per chiamare e magari anche spesso, lo devo a lui!
Dopo questi due ragazzi, poi, sono seguiti i miei dovuti mesi di letargo. Se, appena lasciata, ho cercato in tutti i modi di non pensare a cosa mi era capitato, sostituendo più o meno casualmente la figura del Calzinaio Matto e cercando conferme altrettanto a casaccio, durante i mesi di novembre e dicembre ho avuto proprio bisogno di una pausa di riflessione. Mi sono staccata da tutti i flirt che avevo intrapreso, ho chiuso finalmente la parentesi con il primo ragazzo con cui mi sono frequentata e mi sono concessa un po’ di sana e vera singletudine. E’ come se il mio cervello si fosse svuotato da tutte le cose inutili che lo ingolfavano e avesse ripreso a riflettere. Così ho capito cosa non avesse funzionato veramente con il Calzinaio Matto, individuandone le mie vere colpe e capendo quali errori non avrei più dovuto commettere, compresa la depilazione inguine, ascelle, gambe e sopracciglia che prometto prenoterò con cadenza mensile! E talmente mi sono chiarita su cosa voglio da un uomo, che il poveretto che è capitato non appena mi sono riaperta al mondo è stato liquidato in meno di una settimana! Una cena fuori e due uscite e ho capito che era inutile sforzarmi di stare bene con un ragazzo perché aveva tutte le qualità che sarebbero piaciute a mia madre. Ho specificato mia madre, perché invece devo dare atto a mio padre che, già dal mio primo racconto, lui mi aveva suggerito di lasciar stare! Tutto sommato, quindi, anche questo tipo mi ha fatto capire qualcosa in più di me, soprattutto perché mi ha ribadito che forse i bravi ragazzi (intelligenti, affabili, educati, diplomatici, pacati, emotivamente stabili…in pratica il mio esatto contrario!) non fanno per me, anche se vorrei tanto per una volta poter assecondare i gusti di mia madre!
Così, nemmeno il tempo di pensare che forse la mia pausa di riflessione dovesse continuare un altro po’ perché probabilmente non avevo ben capito cosa cercare, è arrivato per caso l’ultimo ragazzo di cui vi ho parlato nei giorni scorsi. Colpo di fulmine. Penso che se non fossi riuscita a conoscerlo già quella sera sarei potuta andare al manicomio. Cosa che ho ugualmente fatto perché per un mese praticamente non ci ho capito niente e ho avuto sbalzi umorali, nemmeno fossi una donna in menopausa. Poi ho capito che i miei sbalzi d'umore non erano dovuti ad una menopausa precoce e così anche lui mi ha insegnato a decifrare i segnali di quando ad una persona non piaci abbastanza.
Insomma, a dir la verità quando ho ripreso questo blog non avrei mai pensato che a distanza di un anno sarei stata ancora qui a raccontarvi dei miei amori e dei miei tormenti, ma tutto sommato devo dire che la cosa non mi dispiace più di tanto. Certo, dico sempre di essere fatta per vivere in coppia ed è lì che do il meglio di me e, a volte, non nego che quando torno a casa mi manca condividere e raccontare la mia quotidianità ad una persona che mi sappia capire e ascoltare, ma spesso e volentieri a casa non ci torno se non tardi, o ancora capita che la Runci venga a dormire sul mio divano. Per il resto, credo che già essermi riuscita a chiarire su cosa aspettarmi dalla relazione futura e sentirmi anche pronta per un qualcosa che sia divisibile per due, (sì anche l’ultimo pezzo di tiramisu che non dividerei neanche con mia sorella gemella - che infatti non ho - e che tra due giorni mi mangerò da sola per festeggiare la mia singletudine) sia comunque una conquista importante. Poi sono certa che l’uomo perfetto arriverà, forse dovrei smettere di sognarlo con una calzamaglia azzurra addosso, ma magari un cavallo bianco potrebbe anche averlo!

TIRAMISU

ingredienti
  • 250 g di SAVOIARDI 
  • 500 g di MASCARPONE
  • 100 g. di PANNA FRESCA
  • 6 UOVA
  • 100 g di ZUCCHERO
  • CAFFE'
  • CACAO AMARO in polvere

Preparazione:

1) iniziare con il preparare il caffè (a noi sono bastate due caffettiere da 4)
2) aprire le uova separando i rossi dagli albumi (purtroppo dovremo eliminare gli albumi)
3) sbattere i rossi d'uovo in una terrina bella capiente con tutto lo zucchero (se necessario aiutatevi con la frusta elettrica)
4) una volta mescolato bene, agigungere il mascarpone
5) amalgamare il tutto e mescolarlo bene con l'aiuto di una frusta elettrica fino a che non diventa amogeneo
6) a questo punto montate a neve 100 g di panna e poi unirla al composto
7) anche in questo caso, mescolare il tutto con la frusta
8) ora che la crema è pronta e ance il caffè immergiamo un sacoiardo alla volta nel caffè
9) il primo strato di sacoiardi deve essere meno intinto nel caffè perchè altrimenti avremmo una base molla
10) steso il primo strato nella teglia, versare la metà della crema. stenderla omogeneamente
11) ora intngiamo gli altri savoiardi un pò più dei primi e andiamo a comporre il seconod strato nel verso opposto a quello precedente
12) versare sopra il secondo strato di crema e livellarla bene
13) il tutto ora andrà in frigo per almeno un paio d'ore
14) non appena pronto il tiramisu, a piacere spolverare sopra un pò di cacao amaro e/o scaglie di cioccolato.

martedì 18 febbraio 2014

THE END CON I CALIFORNIA ROLLS
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Come l’altra volta, anche quest’oggi devo apportare un’errata corrige al post precedente, perché il Pantofolaio Rosa nel tardissimo pomeriggio di ieri sera ha chiamato, come fosse la cosa più naturale del mondo, per andare a cena al ristorante giapponese sotto casa mia. 
Non ho capito. “Ieri a pranzo non avevi fame e oggi improvvisamente ti si è riaperta una voragine?” Ed era questo che avrei voluto dire quando mi è uscito un mugugno del tipo “mmm…” , però purtroppo lui non lo ha interpretato bene e così ieri sera ci siamo rivisti. Per parlare, ovviamente. Parlare di nuovo e ininterrottamente delle due posizioni così differenti e così distanti di quello che sentiamo di voler vivere tra di noi. E anche questa volta, alla fine, abbiamo di nuovo deciso che la nostra storia dovesse finire là. Del resto, ormai, la soddisfazione di vederlo con indosso le scarpe al posto delle pantofole rosa l’avevo avuta, cosa altro avrei potuto desiderare?
Però devo dire che anche questa ennesima volta ha avuto il suo perché. Per cominciare, per esempio, ieri ho appreso che il giorno in cui ci siamo conosciuti era di venerdì 17. Cioè, in pratica, per capire in anticipo che questa storia sarebbe andata male, sarebbe bastato prestare solo un po’ più d’attenzione al giorno in questione. Che poi, ora che ci penso, io continuo a chiamare quello che c’è stato tra me e il Pantofolaio Rosa, una storia. Ma chi l’ha detto? Perché questa è una delle cose che ho imparato da questa “storia”, ossia che ci sono molti modi per capire che la cosa non va e non andrà. Oltre al giorno di inizio, per esempio, c’è anche la fatidica frase: “Non diamoci una definizione”. Allora, che significa? Perché non è che per me darci una definizione sia una questione etica o morale, ma giusto un tantino necessaria per capire bene il seminato sul quale posso muovermi e i paletti che non posso valicare. Basta saperli, magari anche condividerli, ma intanto sarebbe qualcosa, no? Ed è in queste circostanze che rimpiango i tempi delle elementari in cui il compagno di banco ci passava il fogliettino lasciatogli da un altro compagno di scuola, ma di una classe differente, in cui sopra c’era scritto “Ti vuoi fidanzare con me?”, seguito da tre opzioni di risposta tra si, no e forse.
E in tal caso, a me sarebbe bastato anche poter fargli barrare l’opzioni “forse”, perchè almeno sarebbe servita per rendere chiara una titubanza, ma così senza darci una definizione non si rende chiaro il concetto e io non riesco proprio a capire cosa spaventi tanto della chiarezza. Rispondere sì non significa mica correre in gioielleria per comprare l’anello di fidanzamento (anche perché in tal caso dovrebbe anche comprare un ovetto Kinder per metterlo dentro la sorpresa e farsi dare le chiavi dell’Olimpico!) e non significa neppure incastrarsi da qui ad un altro bel po’ di tempo. Significa solo esporre le proprie intenzione, escludere intanto la posizione dei trombamici, poi magari anche quella degli amici soltanto e a quel punto forse pensare ad una frequentazione, che implica solo la voglia di stare insieme e la curiosità di conoscersi più a fondo. Ed è forse questo il punto cruciale del non voler dare una definizione, l’escludere così di fatto il sentirsi in obbligo di conoscermi di più, magari durante un pranzo domenicale tra amici, invece che su un divano come tutte le notti. Che poi, forse a questa conclusione ci sarei anche potuta arrivare con il già ampiamente sviscerato concetto del navigare a vista, ma lì per lì evidentemente mi sono lasciata prendere dall’emozione del fatto che pur sempre di una partenza si stava trattando e allora non ci ho fatto caso. Ma poi è arrivata un altro segnale che invece non ho potuto fare a meno di cogliere, un’altra perla di maestria per svincolarsi da qualsiasi tipo di legame: “se solo fossi arrivata due mesi fa, o tra tre mesi”. Eh? Scusami tanto, fammi capire. Ma perché pensi veramente che sarebbe cambiato qualcosa? E allora eccolo lì a dilungarsi sulle ferite inferte e ancora aperte che gli hanno lasciato le relazioni precedenti, in cui magicamente si racconta come il più galante dei corteggiatori, che però ha deciso di smettere con questo cavolo di vizio dei fiori, cioccolatini e quanto altro possa far denotare un suo interesse. E la spiegazione sarebbe anche filata se non fosse che le ferite inferte risalgono a due anni fa e non a due mesi fa. Ma la risposta a quel punto immagino si sarebbe arrampicata su qualche specchio che non ho voluto sentir graffiare e ho finito lì di tormentarlo. Del resto ormai era notte e da lì a poco ci saremmo salutati, per la terza volta, ma in maniera definitiva.
E così oggi scrivo la parole “The End” a questa non meglio definita “storia”, che se fosse arrivata due mesi prima avrebbe sicuramente avuto un altro risvolto (!), ma che per sfortuna invece è iniziata di venerdi 17 (ed è per questo che non è andata!), che sempre di 17 ha avuto termine e che probabilmente non mi farà toccare più un california rolls per un altro po’ di tempo, a meno che non arrivi presto qualcuno che sappia usare le bacchette!

CALIFORNIA ROLLS

Ingredienti:
Un foglio di ALGA NORI
POLPA DI GRANCHIO (o surimi)
AVOCADO
PHILADELPHIA
SEMI DI SESAMO

Preparazione:
1) Ricoprite la vostra stuoietta per sushi con della pellicola per alimenti. In questo modo impedirete al riso di infilarsi tra il bambù.

2) Posizionate l'alga sulla stuoia con il lato lucido rivolto verso il basso.

3) Versate dell'acqua in un contenitore e usatela per inumidirvi le dita. Questo piccolo accorgimento farà si che il riso si attacchi all'alga e non alle vostre mani.

4) Prendete una piccola manciata di riso e stendetela con cura sull'alga, ricoprendola completamente, fino a formare un sottile strato. Fate attenzione a non pressare eccessivamente il riso durante questa operazione, rischiereste di spappolarlo.

5) Girate sottosopra la vostra creazione, ora l'alga lucida si troverà di fronte a voi e il riso sarà a contatto con la stuoia.

6) Create delle striscioline con il vostro avocado e posizionatele delicatamente al centro dell'alga creando una linea orizzontale. Normalmente saranno necessari 2 o 3 striscioline di avocado.

7) Stendete uno strato sottile di maionese sopra o accanto all'avocado. Usate una maionese in tubetto, l'operazione sarà più semplice e il risultato più preciso.

8) Aggiungete la polpa di granchio posizionandola sulla maionese. Durante queste operazioni cercate di essere ordinati (e pazienti), il vostro roll si creerà con facilità.

9) Avvicinate a voi la stuoia e iniziate ad arrotolare il roll dal basso verso l'alto.State attenti a non schiacciarlo troppo, per evitare di rovinare gli ingredienti all'interno e di avere sgradite fuoriuscite laterali, assicuratevi comunque di compattarlo bene e di dargli una forma regolare.

10) Con un coltello ben affilato tagliate il vostro rotolo a metà. Affiancate in modo preciso le due parti e tagliatele in tre, cercate di ricavare 6 rolls identici tra loro.


11) Impiattate i California rolls, disponendoli orizzontalmente permetterete ai vostri ospiti di ammirare la vostra colorata ed invitante creazione.

lunedì 17 febbraio 2014

LA VERITA' E' CHE... PASTA E PATATE
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E’ colpa di Julia Roberts, ma anche di Sandra Bullock, Drew Berrymore, Martine Mc Cutcheon, per non parlare poi di Ginnifer Goodwin che è arrivata quando già ero grande per ribadire che se le cose vanno, vanno esattamente come è capitato a lei.
Colpa di cosa? Ve lo spiego subito.
Partiamo dal lontano 1990, quando nelle ragazze italiane il “sogno americano” si reincarna sotto forma d’amore e veste i panni di una giovane prostituta. Lei, Julia Roberts appunto, dopo solo cinque giorni da favola trascorsi col più galante dei cavalieri, chiede a lui qualcosa di più di soldi sul comodino e una dependance in pieno centro di Los Angeles, ossia soldi sul comodino e una casa un tantino più grande per starci comodamente in due. Lui le nega la casa in due, ma rilancia con più soldi e vestiti eleganti; lei si indigna e a quel punto lascia i soldi, tiene i vestiti e scappa via. Due ore dopo lui già si sente dilaniato dalla sua mancanza e la rincorre in limousine, scala tre piani nel vuoto superando così le sue vertigini, dimostrando a lei che una volta superata anche quella paura, può superare anche quella di amare.
E questo accadeva quando io avevo solo 8 anni ed ero follemente innamorata del più bel bambino del quartiere, che invece era innamorato solo del pallone. E a 8 anni non stai lì a chiederti se il sogno americano poi possa tramutarsi in realtà. Ci credi e basta. E così ci ho creduto, ho bucato il pallone di Massimo, lui si è arrabbiato, abbiamo litigato e io sono scappata, proprio al terzo piano come aveva fatto la mia omonima americana. Mi sono nascosta dietro la colonna del mio balcone e ho aspettato le stesse due ore per vedere se anche Massimo iniziasse a dilaniarsi per la mia mancanza. Poi mi sono ricordata che il mio palazzo non era dotato di scale antincendio su cui arrampicarsi e così sono scesa di sotto con l’ascensore, ma l’ho trovato al solito campetto a giocare con una pallone nuovo di zecca.
Ecco, questa è esattamente la differenza di come vanno le cose sul grande schermo e quelle che vanno in onda nella nostra vita reale. O meglio nella mia.
Perché oltre che con Massimo, la cosa è successa di nuovo anche con il Pantofolaio Rosa. Nell’ultimo post vi avevo detto di non averlo più visto, ma così non è andata. La sera stessa del post in questione, il Pantofolaio Rosa si è presentato a casa mia, senza invito o preavviso. Come sempre del resto, perché come dice Marianna “sei tu che gli hai permesso certe libertà, ora cosa pretendi?” Bella domanda, perché se non fosse stato per Julia Roberts, io magari al telefono alle 5,30 del mattino non avrei risposto, perché non avrei avuto la speranza che lui avesse qualcosa da dirmi. Del resto avevamo chiuso e mi aveva detto di non poter fingere sensazioni che non provava. Ma questo lo aveva detto anche Richard Gere, o Alex a Gigi, e poi però loro qualcosa da dire lo hanno comunque trovato, una robetta da poco, tipo dichiarare il loro amore. Ora che ci penso, però, loro non hanno mai indossato delle ciabatte rosa e in effetti avevano le scarpe perché gli capitava di uscire di casa!
E così, come era prevedibile dal mio copione, scena finale dell’ultimo atto ha visto il mio salotto e il mio divano come solita scenografia, in cui si è ripetuta la stessa scena della volta precedente. Io che chiedo cosa siamo e lui che non risponde. Io che chiedo cosa sente e lui che non risponde. Io che chiedo di vivermi nella quotidianità rimanendo a pranzo e lui che si chiude la porta dietro. E in nessun film lui si chiude la porta dietro. E’ lei che se ne va per essere rincorsa.
Per fortuna, però, un’altra cosa nella mia vita non va come nei film. Io non mi sono lasciata cadere sul divano, perché avevo un pranzo da preparare e degli amici da accogliere. E per fortuna che esistono loro, perché giusto il tempo di dare un’ultima girata alla pasta e patate che casa è stata invasa da allegria e da persone che invece almeno il menu lo fanno decidere a me. E così, eccomi di nuovo qua, a riprendere possesso della mia cucina, ad utilizzare di nuovo le mie padelle, a decidere quando e chi invitare a casa mia e a scegliere se passare o meno la domenica su questo solito divano. E ho scelto esattamente quello che lui sceglieva anche per me, ma stavolta almeno l’ho scelto io.

PASTA E PATATE ---->       http://www.facciotuttodasola.com/2011/04/martedi-pasta-e-patate.html


mercoledì 12 febbraio 2014

TRA LE NUVOLE CON FRAGOLE E CHAMPAGNE
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Ieri vi ho raccontato che con il tipo delle ciabatte rosa si naviga a vista e ho esplorato con voi il possibile significato del concetto, ma evidentemente la mia analisi ha fatto acqua (appunto!) da qualche parte. In effetti, ora che ci penso, mi sono soffermata ad analizzare la parola navigazione, tralasciando però la seconda parte altrettanto importante del concetto, ossia "a vista". Perché per navigare a vista, volendo appunto navigare, ci si dovrebbe anche vedere, giusto? E allora perché da quando il Pantofolaio Rosa ha tenuto a ribadire di navigare a vista, poi io non l'ho più visto? Devo dire che la cosa il primo giorno mi ha lasciata perplessa, ma già dal secondo ho capito meglio. Navigare a vista, infatti, evidentemente non significa come avevo pensato "vediamo come va", quanto piuttosto "vediamo come va, quando ci vediamo". E questo porta dritto dritto ad una delle primissime regole assimilate durante la ripetizione quotidiana della mia Bibbia, ossia che quando un ragazzo non ti chiama è perché non ti vuole sentire e quando un ragazzo non ti chiede di vederti è perché non ti vuole vedere. In sostanza, per dirla con le parole di Alex, il protagonista de La verità è che non gli piaci abbastanza, “quando un ragazzo si comporta come se non gliene fregasse un cazzo di te, non gliene frega un cazzo di te!" E la cosa mi pare anche con una sua logica inconfutabile, non trovate?
E così, rielaborata l'analisi del concetto della navigazione a vista, sono approdata anche ad un altro pezzettino di conoscenza di me, ossia che a me in effetti le barche, inutile nasconderselo, non sono mai piaciute!
A me piace l'aereo.
A me piace stare con la testa tra le nuvole e non galleggiare in mezzo all'oceano. A me piace volare alto con i pensieri e la fantasia e non ondeggiare tra le onde di chi fa il bello e il cattivo tempo. A me piace sentire la morsa allo stomaco che ti prende in fase di decollo, sentire le farfalle muoversi nella pancia per paura di volare, ma poi subito dopo accorgermi che un bel pilota di linea ha preso possesso del mezzo e mi ha portata in cielo senza neanche darmi il tempo di pensare di voler scendere. A me piacciono addirittura le turbolenze del volo, anzi le aspetto con ansia ad ogni partenza, perché una volta superate quelle, sono certa che la restante crociera sia un volo ad alta quota in cui per dessert servono fragole con champagne. E non desidero altro. Desidero prendere un aereo senza averlo prenotato prima, accomodarmi sulla poltrona per farmi condurre dal mio pilota in un località sconosciuta, gustare l'ansia della fase di decollo, guardare giù dal finestrino per vedere che ciò che ho lasciato a terra è ormai piccolo e lontano, essere sorpresa dalle turbolenze e sentire dentro la paura del pericolo di precipitare giù, per poi gioire del passaggio tra le nubi rivedendo spuntare il sole e a quel punto non desiderare altro che rimanere in volo per ancora molto tempo, sperando di non dover atterrare mai e cambiare ogni volta rotta verso una destinazione sempre nuova. Ecco, a me piace volare alto, ma inizio a pensare che questo possa continuare ad accadere solo nelle mie fantasie, in cui nulla è dato per scontato, in cui le giornate sono colme di emozioni sempre nuove e diverse, in cui c’è un pilota che guida al posto mio e che per me decide la meta più divertente, i tempi di crociera più consoni e i menu più gustosi.
Perché in fondo a me piacciono le storie a lieto fine, quelle in cui il protagonista ordina fragole con champagne da mangiare sdraiati su un tappeto persiano, che dopo una titubanza iniziale prenota un jet privato e porta lei in una località sconosciuta, che vince le sue paure scalando la vetta di un palazzo sgangherato di Sunset Boulevard per portarla con sé in cima ad un attico di Manhattan. E va bene che ho rubato la sceneggiatura al film d’amore più visto di tutti i tempi, ma in realtà è così che deve andare. La trama non è poi così tanto diversa in ogni storia d’amore. Il tutto si svolge nell’ambito di tre punti fondamentali: la fase di innamoramento, quella del rifiuto d’amore e quella in cui lui porta lei in cima ad una qualsiasi vetta, che sia di un hotel, di una casa o di un aereo ad alta quota. Il concetto è sempre quello: volare in alto, perché è così che ci si dovrebbe sentire, e non immersi in un liquido non meglio definito a galleggiare per non rischiare di affogare. E allora, dato che per ora di piloti di linea non ne vedo neanche uno all’orizzonte, spero almeno che le piogge di questi giorni stiano fertilizzando adeguatamente il mio terreno per poter presto raccogliere le mie fragole. L’estate è vicina e si sa che è quella la stagione per prendere un aereo che ci porti lontano e anche molto in alto.

martedì 11 febbraio 2014

NAVIGAZIONE A VISTA - BISCOTTI FATTI IN CASA
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“Navighiamo a vista”
Di nuovo, lo ha detto di nuovo.
Ma che vorrà dire poi… Voglio dire, io navigo su internet e, in genere, lo faccio perché devo cercare qualcosa e, sempre in genere, quel qualcosa so anche bene cosa sia. Quindi, per un semplice sillogismo, quando navigo è per cercare qualcosa che so di voler trovare.
Poi conosco anche un altro modo di navigare, ossia sulle navi, e in genere anche lì si naviga per uno scopo ben preciso: partire da un punto dato e arrivare ad un altro punto altrettanto dato. Quindi, sempre per il sillogismo di cui sopra, quando le persone navigano lo fanno per arrivare ad una meta.
Ma “navigare a vista”, allora, che significa? 
“Intanto inizia a muoverti che nel frattempo decidiamo il punto d’arrivo e capiamo cosa voler cercare?” E no, cavolo! Così rischio di sprecare tempo, nonché fatica, per fare girotondo intorno a me stessa per lungo tempo e senza nemmeno sapere perché. Ora, va bene che anche il Titanic è riuscito a naufragare, portando a picco con sé la storia d’amore più bella di tutti i tempi e anche un ciondolo da milioni di dollari, ma anche il Titanic quando è partito sapeva dove stava andando e si era anche preparato alle peggiori delle tempeste, caricando a bordo scialuppe d’emergenza e salvagenti. Navigare a vista, invece, vuol dire non prepararsi a nulla, partire senza sapere dove arrivare, non calcolare la rotta e nemmeno le probabilità di insuccesso. E questo significa un insuccesso assicurato. Significa appunto beccare in pieno un iceberg senza alcuna possibilità di salvarsi. E si sa che io a beccare in pieno gli iceberg sono una specialista. Mi hanno praticamente dotato alla nascita di radar “individua iceberg”, dimenticandosi però di fornirmi anche di un marchingengno rompighiaccio. E allora, non è che io sia contraria alla navigazione, arrivo per fino a dire che il viaggio da un punto ad un altro mi piace anche molto, ma cavolo almeno che mi si impostino nel software del cervello le coordinate geografiche! E se non quelle, almeno colui che ha deciso di farmi navigare a vista mi mostri la stella polare, che va bene che è visibile solo di notte, ma infatti quello è il momento in cui possiamo vederci! 
Ora, io lo so che “navigare a vista” è una cosa normale e naturale quando due persone si iniziano a frequentare. Quello che però non mi sembra così naturale è il fatto di doverselo dire, o mi sbaglio? Ed è forse proprio questa la cosa che mi mette ansia. Non è tanto il dover navigare, tanto si sa che gli iceberg non stanno vicino alla riva e quindi corro poco pericolo di colare a picco sbattendoci contro, ma allora perché doverlo ribadire? E soprattutto, perché doverlo dire in una telefonata, a seguito di un’incomprensione che ci ha fatto perdere i contatti per un giorno? Perché fosse stato detto dopo una giornata trascorsa insieme, avrei anche potuto iniziare a sognare che lo avesse ribadito più a se stesso che a me, sentendosi maggiormente coinvolto ma ancora incerto sul lasciare la costa.  Ma invece no, lo ha ripetuto durante una normale conversazione tra due che sono rimasti in buoni rapporti, dopo aver deciso di provare a salire sulla nave e subito dopo di scendere prima di iniziare la navigazione. In sostanza, quello che mi lascia perplessa è il significato celato del “vorrei ma non posso” dietro quel “navighiamo a vista”. Come se mi volesse dire che lui a navigare potrebbe anche essere intenzionato, ma anche lui, come me, sa già che questa barca affonderà molto presto. E allora, mi chiedo, perché entrambi continuiamo a scrutarci dall’una all’altra sponda della costa in attesa che uno dei due decida di salire a bordo per primo? Che anche il tipo dalle pantofole rosa abbia paura di bagnarsi i piedini? E chissà se non era proprio a questo che pensava ieri sera, mentre mi scriveva che stava facendosi il caffè latte con i biscotti, insegnandomi un dialetto strampalato e sostenendo di essere il migliore dei maestri. Perché in caso, avviso tutti i naviganti, che io come allieva sono bravissima e potrei anche superare il maestro, imparando in fretta ad osservare i passi che hanno intenzione di fare le pantofole rosa prima di decidere di salire sulla barca, ma per navigare e basta, e non per navigare a vista. E dato che in fase d’osservazione inizio ad assimilare le prime nozioni impartite dal mio maestro, tramando a voi quello che ho imparato, ossia che non sempre è utile giocare d’attacco, anzi in questo caso mi limito al gioco di rimessa, concedendomi anch’io un buon caffelatte con biscotti fatti in casa, che sono certa saranno più buoni di quelli preparati dal suo pasticcere.

BISCOTTI FATTI IN CASA

Ingredienti: 
500 g di FARINA
110 g di BURRO
100 g di ZUCCHERO
3 UOVA
1 bustina di LIEVITO,
1 pizzico di SALE,
qualche cucchiaio di LATTE (se l’impasto risultasse troppo duro da lavorare)

Preparazione: 
1) in un recipiente unite tutti gli ingredienti e il burro sciolto (senza farlo friggere).
2) lavorare l’impasto fino a che non diventi omogeneo
3) stendere la pasta fino ad uno spessore di circa 5 millimetri
4) a questo punto potrete sbizzarrirvi a dare ai biscotti la forma che volete
5) MetteRe in forno già caldo a 180° per 10-15 minuti, finché non vedrete i biscotti diventare dorati

lunedì 10 febbraio 2014

PEZZI DI PUZZLE - HAMBURGER ALLUCINOGENI
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Paura. In definitiva, si chiama così. Sapete quella morsa allo stomaco mista ad uno stato di nichilismo che vi aggancia alla poltrona, nemmeno stesse su un boing 747 in piena fase di atterraggio di emergenza? Ecco, questo è ciò che mi accade ogni volta che mi soffermo ad analizzare i miei ultimi 15 giorni. In sostanza, la reale motivazione per la quale con il tipo dalle pantofole rosa mi sono comportata come una pazza furiosa, anzi no, come una psicotica con l'umore altalenante e le idee a dir poco volubili, è che soffro di attacchi di panico. Ma brutti, di quelli che sei conscia di stare a viverti e che però non puoi fare a meno di farlo. Più mi dico di stare calma e più mi dico che se mi dico che devo stare calma c'è dentro di me qualcosa per cui non dovrei esserlo. Ecco, ci sto ricadendo. Vedete? E' impossibile farne a meno. Quando ci penso smetto di respirare e entro nel panico. E la cosa più esilarante è che l'unico modo per farmeli passare è quando il tipo dalle ciabatte rosa mi parla. E' come se in un certo qual modo riuscisse ad entrare nella mia testa per spazzare via tutti quei pensieri inutili che me la ingolfano. La sua voce mi placa. Le sue spiegazioni mi fanno sembrare inutili la mia infinità di domande. La sua sicurezza mi fa fidare di lui. Quindi, ora che ci penso bene, oltre a soffrire di una personalità psicotica e disturbata, in questo momento sto soffrendo anche della sindrome di Stoccolma, ossia quando la vittima (tengo a specificare che nel caso in questione la vittima sarei io, anche solo per il fatto che frequenti qualcuno con le ciabatte rosa!) prova sentimenti positivi verso il proprio carnefice (appunto uno che indossa ciabatte rosa sarebbe il colpevole scontato di qualsiasi puntata della signora in giallo). 
Va così: io entro nel panico, inizio a scalciare, a dire che è meglio troncarla qua, che ci sono cose indiscutibile sulle quali a breve ci scontreremo, del tipo tu vivi di notte, io vivo di giorno; tu fai la vita del ventenne, io della sessantenne; tu sei arrivato proprio nel momento in cui mi sono resa conto che da sola sto bene, però per favore resta ancora un altro po' qua con me; tu hai invaso i miei spazi e i miei pensieri, mentre prima ero così felice di dover pensare solo a fare la lavatrice e a cosa trasmette stasera La5; tu sei così sicuro di te, io non so nemmeno cosa mi mangerò stasera a cena, anzi sì, gli hamburger ancora congelati, mentre tu mi prepari i risotti. Tutto questo fino a quando non arriva lui, che si dichiara arrabbiato pur continuando ad avere la voce da doppiatore, manco fosse Luca Ward, e che con tutta la calma di questo mondo mi smonta pezzo per pezzo tutte le mie idee. Più o meno gioca con i miei pensieri come fossero un puzzle fatto male da un bambino di 5 anni. Si siede sul divano, si china sul tavolino, prima guarda bene la composizione strampalata che ne ho fatto del nostro puzzle, poi ad uno ad uno prende un pezzetto alla volta, lo gira tra le mani e lo riposiziona al posto giusto. E fino a quando lui è seduto accanto a me sul divano, il puzzle sembra armonioso e lineare anche a me, tanto da riuscire a vederne anche una figura sensata. Ma non si può vivere sul divano di casa per sempre e così quando lui esce, corro al freezer a tirare fuori gli hamburger congelati, rivesto subito i miei panni da squinternata single che non ha orari per mangiare e prende decisioni in base all'umore del momento. Una volta sazia, poi torno al puzzle, lo riguardo attentamente e magicamente non ha più senso. Niente. Tutti i pezzi sono saltati e non si vede più la figura armoniosa che mi aveva mostrato lui poco prima.
A questo punto dovrei iniziare a pensare che i miei hamburger siano allucinogeni, o che le ciabatte rosa rendano magico il tocco del tipo. Delle due una, ma per scoprirlo dovrei buttare le mie ciabatte rosa per non fargliele più trovare e andare a mangiare gli hamburger da un'altra parte. In entrambi i casi, però, significherebbe dover abbandonare questo divano e uscire fuori da questa casa, ma come vi ho già detto, io vivo di giorno e lui di notte e così, dopo quest'ultima passata sul divano ad aggiustare il puzzle, abbiamo deciso di smontarlo definitivamente e di comprarci ciascuno per proprio conto un quadro già bello e fatto e magari con un senso subito chiaro alla prima occhiata.
E così rieccomi di nuovo qua a mangiare i miei hamburger congelati con la reale proprietaria delle ciabatte rosa (la Runci, che domande!). E proprio con lei ora stiamo confutando l’ipotesi allucinogena delle ciabatte e degli hamburger, perché quello che stiamo disegnando insieme, sarà pure un quadro astratto e strampalato, ma per noi ha il suo senso logico delle cose: io non c’ho che lei, lei non c’ha che me! Oddio, forse lei qualcun altro l’ha trovato, ma questa è un’altra storia con tutt’altra ricetta, che però prometto di raccontarvi presto!

HAMBURGER

Ingredienti

100 g di carne macinata di VITELLO
2 fette di SOTTILETTE

Preparazione:

1) lasciare ammorbidire le due fette di pane raffermo nel latte
2) una volta ammorbidite, strizzatele e ponetele in una terrina capiente
3) aggiungere nella terrina la carne macinata , il parmigiano, un po’ di sale e pepe
4) iniziate ad amalgamare il tutto e poi rompere un uovo sopra
5) a questo punto iniziate ad impastare con le mani il composto, finché non risulti liscio ed omogeneo
6) ora è possibile creare con le mani la forma del classico hamburger
7) scaldare a fiamma vivace una padella antiaderente e riporvi gli hamburger
8) una volta cotti, stendere sopra all’ultimo momento una sottiletta fino al suo scioglimento

venerdì 7 febbraio 2014

RELAZIONE LAMPO - RISOTTO AI CARCIOFI
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Allora, dove eravamo rimasti. Ah sì, a quando la mia vita scorreva tranquilla e spensierata. A quando, preso possesso della mia casa, avevo ormai preso anche possesso della mia figura autonoma e indipendente all'interno di questa casa, ma anche fuori. A quando Mari un bel venerdì pomeriggio ha esordito dicendo che bisognava fare serata. E quando Mari se ne esce con "fare serata" significa una sola cosa.... Vestirsi bene, truccarsi meglio, depilarsi se possibile e caricarsi per una nottata senza freni. E così è stato. Venerdì sera siamo andate a cena in un posto fico di Roma, dove io come al solito centravo poco e nulla. Ed evidentemente il ragazzo che ci ha accolte all'entrata deve averlo capito immediatamente, dato che il tavolo che ci ha fatto preparare era nell'angolino buio e sconsolato dell'ultimissima saletta accanto al bagno! Alla cena è partita la prima bottiglia di vino e a seguire sono seguiti mirto e altri vodkalemon, che forse sono serviti al tipo dell'ingresso a capire che eravamo lì per divertirci, tanto da averci accompagnate anche di sotto nell'area "lounge" (a quanto pare è il nuovo modo trendy per esprimere il concetto di discoteca e in effetti fa più effetto). La serata é finita come era prevedibile, con un rimorchio del tipo dell'ingresso, ma quello che invece non era prevedibile sono stati i giorni a seguire. Ora, per tutti noi sarebbe facile pensare che a fine serata il tipo dell'ingresso sarebbe evaporato come i fiumi di alcol nel mio cervello, e invece no. Il tipo non solo non è evaporato, ma addirittura si è materializzato in forma prima di telefonata - badate bene, ho detto telefonata e non messaggio - e poi anche in forma fisica, mostrandosi interessato ovviamente al fisico, ma forse anche al cervello. E questo è stato in effetti il problema, perché ok che non ho il fisico da modella californiana, ma solo per evidente problema di color smunto della pelle, non per altezza e longilineità, ma quanto a cervello non è che ultimamente sia messa bene.
Infatti, non appena lui si è mostrato interessato, l'unica cosa che sono riuscita a fare è stato pormi miliardi di domande sul perché mai lui fosse interessato proprio a me. E già che ci stavo, dato che non riuscivo a darmene una risposta, ho girato quelle stesse domande anche a lui, il quale, in evidente stato confusionale, ha provato a blaterare qualcosa che potesse apparire di senso compiuto. E sono certa che sarebbe sembrato così a chiunque, ma ovviamente non a me. Morale della favola sono entrata in apnea, non ho respirato per così tanto tempo da non fornir più ossigeno al cervello, producendo così la morte istantanea di quel povero criceto che ormai solo soletto se ne gironzolava sulla ruota ormai arrugginita dentro il mio ipotalamo. E così, niente fisico da modella californiana, niente più criceto da far credere di essere dotata di mente pensante, mi sono ritrovata inerme di fronte ad una nuova e sconcertante verità: se per tutte le donne vale il detto "la verità e che non gli piaci abbastanza" quando i vari ragazzi di turno spariscono, o fanno apparizioni lampo come la luce fulminata di un motel, per me ne vale anche un altro: quando gli piaccio abbastanza, faccio di tutto per non piacergli! E devo dire che funziona anche bene. Il trucco è facile. Basta viversi due giorni di pura follia e spensieratezza con il tipo in questione, giusto il tempo di fargli credere di essere persone sane ed equilibrate, e poi subito dopo iniziare a sognare l’abito bianco e i nomi che vorremmo dare ai nostri 14 futuri figli comunicandoglieli tutti di fila come fossero una filastrocca! Dai scherzavo, questa volta a dir la verità c’ero anche riuscita a non far decollare il cervello con i soliti pensieri fumosi di fior d’arancio e centri tavola pomponici. Questa volta, quando il tipo ha esordito con “non diamoci una definizione”, l’ho trovata quasi una cosa sensata e non un affronto alla mia indole di divoratrice di favole disney. Tanto che le domande infatti sono state altre, del tipo, ma allora perché ti ritrovo a casa tutte le sere che cucini risotti ai carciofi indossando le mie ciabatte rosa? E detto questo, voi penserete giustamente che l’incontro col tipo risalga ad almeno due mesi fa e invece no. Il tutto si è svolto in un lasso di tempo brevissimo di quindici giorni esatti: incontro seguito da una prima notte senza chiudere occhio, poi telefonata, poi ciabatta rosa e risotto ai carciofi, la mia apnea, la sua respirazione bocca a bocca, allora il mio “ti lascio perché ti amo troppo, anzi no lasciami tu perché io ti amo troppo e non ce la faccio” e il suo definitivo “ok, non ti preoccupare, ti lascio io perché non ti amo affatto”. E voi penserete che l’abbia esagerata. Beh, magari solo un pochino colorita, ma le cose sono andate più o meno così. Solo quindici giorni. Stavolta ho battuto ogni record, perché Kate Hudson in “Come farsi lasciare in 10 giorni” alla fine non ce l’ha fatta ed è finita con un “vissero felici e contenti, nonché belli come il sole”, mentre io in 15 giorni ho raggiunto l’obiettivo e sono pure finita con due occhiaie stile panda in estinzione per le ore di sonno che in questi giorni ho perso.
Che vi devo dire… ah sì, magari le motivazioni del perché mi sia comportata come una pazza furiosa. Beh, per queste ci sarà da attendere il prossimo post, giusto il tempo di metabolizzare la cosa. Per ora però direi di accontentarci della ricetta del risotto ai carciofi, che vi assicuro che cucinato con le ciabatte rosa ai piedi avrà tutto un altro sapore!

RISOTTO AI CARCIOFI

Ingredienti:
2 CARCIOFI
1 LIMONE
PREZZEMOLO
1 L di BRODO VEGETALE
1 SCALOGNO
OLIO extra vergine d’oliva
SALE
180 g di RISO
½ bicchiere di VINO BIANCO
PEPE NERO
PARMIGIANO

Preparazione:
1) Lavare i carciofi, togliere le foglie dure più esterne fino ad ottenere i cuori formati solo da foglie chiare e tenere
2) Tagliarli a metà, eliminare il fieno, ridurli a spicchietti e metterli in acqua acidulata con il limone.
3) Nel frattempo, preparare il brodo con un dado, tritare il prezzemolo e anche lo scalogno
4) In una padella abbastanza ampio, far imbiondire lo scalogno nell’olio a fiamma bassa
5) Non appena imbiondito, alzare la fiamma e unirvi i carciofi e mescolare di contino per almeno un paio di minuti a fiamma vivace
6) Abbassare un pochino la fiamma, aggiustare di sale e pepe e aggiungere il prezzemolo. Qualora il fondo di cottura si asciughi troppo, aggiungere una mestolata di brodo
7) Quando i carciofi staranno per raggiungere la cottura ideale, aggiungere il riso alzando un po’ la fiamma e farlo tostare
8) A questo punto sfumare con il vino e una volta evaporato, iniziare ad aggiungere di tanto in tanto il brodo fino a cottura
9) Quando il riso sarà quasi cotto, unire abbondante parmigiano e mescolare con forza.
10) Servire con un po’ di prezzemolo lasciato da parte e una spruzzatina di pepe.

Faccio tutto da sola