Racconti di quotidianità e ricette per arricchirla

venerdì 11 ottobre 2013

AGLI OCCHI DEGLI ALTRI CON I PASTICCINI

Mercoledì sera mi sono trovata a parlare con un ragazzo che senza nemmeno accorgersene mi ha offerto una visione di me che non avevo mai preso in considerazione. Con pochissime frasi è riuscito a mettermi davanti allo specchio del mondo fuori dal mio. Mi ha fatto catapultare direttamente dentro gli occhi degli altri, facendomi capire che ciò che traspare di me all’esterno non coincide in alcuna maniera né all’idea che ho di me stessa e né tanto meno alla persona che in realtà sono. Così, una volta che si è richiuso la porta alle spalle, sono sprofondata sul divano e mi sono messa a riflettere. La prima cosa che mi sono detta per giustificare questa discrepanza tra l’immagine che di me proietto e quella che invece ho di me è stata la fatidica frase: “Va bene, mi sono lasciata da poco, mi concedo il mio periodo di sbandamento”. Poi, però, ho tirato fuori le mani dalle maniche del maxi pullover e mi sono messa a contare. 1 Febbraio, 2 Marzo, 3 Aprile... Nove. Sono quasi nove mesi che mi sono lasciata. Cioè, in un lasso di tempo in cui si riesce anche a mettere alla luce un figlio, io non sono ancora riuscita a mettere alla luce una nuova identità di me equilibrata. C’è qualcosa che non va.
E così dal divano mi sono spostata sul letto e ho iniziato a pensare.
Alla giovane età di 26 anni sono andata a convivere. Mi sentivo grande e dovevo essere anche forte, perché chi portava avanti un po’ tutto ero io. E con “un po’ tutto” non mi riferisco solo alla spesa, al bucato e alle lenzuola, anche se ovviamente pure a quelle pensavo io, ma alla più completa struttura del rapporto. Eravamo entrambi giovani, probabilmente anche un po’ incoscienti, ma dei due quella che probabilmente aveva una visione globale della relazione e una proiezione basata sul futuro ero io. Così, in quei quattro anni di convivenza sono sì cresciuta, ma sono diventata anche molto seria, sempre concentrata sugli obiettivi e con una tabella di marcia ben fissa nella mente, tanto che quando qualcosa ha rallentato le tappe prefissate, il nostro rapporto ha subito crepe strutturali che hanno poi portato alla rottura. E quando la rottura ha portato me fuori dalla porta di casa, è come se chiudendola alle mie spalle abbia deciso di chiudere lì dentro anche la parte troppo seria e concentrata di me. Ero stanca di avere obiettivi, ero stanca di provvedere ad ogni cosa, ero stanca di correre verso un futuro che non arrivava mai. Così, quando la Runci mi ha aperto la sua porta di casa, sono entrata come una Giulia diversa con una grandissima voglia di leggerezza. E all’inizio non è stato nemmeno troppo facile riuscire a godersi tutta questa levità d’animo. Addirittura mi mancava dover chiamare il Calzinaio Matto per avvisarlo che avrei fatto tardi a lavoro, perché in fondo non avere nessuno che ti aspetti a casa, dentro la tua casa, ti fa sentire solo anche quando dopo il lavoro vai invece a farti l’aperitivo con tutti gli amici. Perché, parliamoci chiaro, ma la felicità cos’è se non una casa con dentro le persone che ami e con qualcuno di speciale a cui poter sempre raccontare la propria giornata? E forse proprio perché il mio concetto di felicità è l’unico fagotto che mi sono portata dietro durante i miei mille spostamenti, allora mi sono buttata con l’acquisita nuova leggerezza alla ricerca di qualcuno che potesse raggiungerla con me. Ma come ho capito ieri, guardandomi con gli occhi di chi non può vedere i miei moti interiori, in questa maniera non stavo di certo muovendomi verso un equilibrio ed una stabilità, perché per ottenerla non mi sarei proprio dovuta muovere, concedendomi invece una pausa con me stessa. Devo dire che anche tutti i miei amici hanno provato a farmelo capire. Ci sono state serate a casa di Marianna il cui oggetto della conversazione ero io, sempre io, e la mia incapacità di stare da sola. Ci sono state le frecciate di Claudia che non sono mai riuscite a scalfire la mia rincorsa contro il tempo di trovare qualcuno che potesse sposare con me la mia felicità. Ci sono stati boccali di birra e calici di vino con Daniele che non hanno mai stordito la mia frenesia di trovare qualcuno anche solo per perdere tempo su whatsapp, facebook, pur di non fermarmi a riflettere. Ma è bastata una sera in cui mi sono guardata con gli occhi di un ragazzo che mi piaceva, per capire che così come mi vedeva lui non sarei mai piaciuta anche a me stessa.
Arrivando così alla fase finale del mio pensiero, mi sono rialzata di nuovo dal letto e sono tornata al tavolo del salone dove avevo lasciato praticamente intatto un vassoio di pasticcini che questo ragazzo aveva portato. Li ho divorati tutti. Ho lasciato giusto i babà napoletani, perché quelli nemmeno la Giulia di nove mesi fa se li sarebbe mai mangiati, ma tutto il resto l’ho letteralmente spolverato proprio come ho sempre fatto e proprio come da adesso in poi tornerò a fare. Perché mangiare per il piacere di farlo e infilarmi comunque i jeans anche se mi vanno un po’ più stretti è la cosa che mi fa sentire di nuovo nei miei panni.
E dato che i pasticcini che mi piacciono più di tutti sono le palline nere di cioccolato ricoperte di praline, oggi vi posto questa ricetta.

PALLINE DI CIOCCOLATA

Ingredienti:
250 g di CIOCCOLATO FONDENTE
125 g di BURRO
2 cucchiai di ZUCCHERO
2 cucchiai di RUM
2 TUORLI
100 g. GRANELLA DI CIOCCOLATO

Preparazione:
Sciogliere la cioccolata a bagno maria
poi aggiungere il burro, il liquore, lo zucchero e i tuorli d'uovo
Amalgamare con un cucchiaio di legno fino a quando l'impasto sarà liscio e omogeneo e lasciare riposare una notte in un luogo fresco.
Tirate fuori dal frigo il composto e lasciate il tempo di farlo tornare a temperatura ambiente
Ora formare delle palline grosse come nocciole, aiutandovi con un cucchiaino e poi rotolare le palline nella granella di cioccolato.

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