Racconti di quotidianità e ricette per arricchirla

lunedì 30 settembre 2013

IL PRINCIPE RANOCCHIO E LA BOMBA ALLA CREMA
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Sono due giorni che rischio la vita sulla scaletta di casa perché anche questa sera la Runci se n'è uscita "tempo quattro minuti e dormo" e allo scoccare del terzo non si è più mossa dal divano. Devo dire che non sono più abituata a dormire in un letto matrimoniale, perché anche quando vado da Mari mi butto sul divano a due piazze e resto lì. Probabilmente la mia è una repulsione tanto quanto non voler andare a vivere a casa nuova: tutto questo spazio vuoto mi fa sentire sola.
Il Calzinaio Matto diceva che ero un koala perché mi addormentavo completamente spiaccicata sulla sua schiena e anche d’estate con 40 gradi gli infilavo un braccio sotto la pancia, l’altro sotto il suo braccio e lo stringevo come fosse un albero di eucalipto.
E forse è per questo che stanotte ancora non riesco a prendere sonno, o forse semplicemente perché le masticate da cammello che si sta facendo quella là sotto non mi aiutano di certo. Ore 2,30. Domani è domenica... Perché no? Mi vesto e vado a farmi una passeggiata a piedi fino a Trastevere alla ricerca di qualche localetto ancora aperto che offra anche qualcosa da mangiare. Anzi, ora che ci penso all'angolo di vicolo del Bologna c'è la cornetteria che fa la bomba alla crema più buona di Roma. All star e si parte, perché quando le nottate prendono questa piega malinconica è inutile continuare a rigirarsi nel letto. Soprattutto se sai che sotto di te c'è chi sta sognando di stare a cavallo col principe azzurro, mentre a te basterebbe intanto trovare un rospo.
Che poi quella della fiaba del Principe Ranocchio ha tantissime versioni. La più conosciuta vuole che la principessa, mossa a compassione dalla sindrome da crocerossina - che è un po' la sindrome di tutte le donne, specialmente la mia - abbatte ogni suo preconcetto baciando il rospo e trasformandolo così in principe. Ora, voglio dire, già il mondo è pieno di ragazzi che sembrano principi e poi quando il baci si trasformano in rospi, perché mai una ragazza dovrebbe pure baciare un rospo con la quasi certezza che questo rimanga tale? In pratica ha le stesse probabilità di riuscita di un altro derby Roma-Lazio di finale di Coppa Italia. In sostanza, quindi, le stesse probabilità che ho io di trasformare il tipo dell'altra sera nell'uomo che mi farà trovare l'anello di fidanzamento nella sorpresa dell'ovetto kinder.
Infatti, la fiaba raccontata dai fratelli Grimm e più veritiera ed è quella che, secondo me, la tradizione popolare avrebbe dovuto tramandare: la principessa incontra il rospo e dal disgusto lo lancia contro un muro. Che è esattamente quello che ogni donna dovrebbe fare non solo alla vista di un rospo, ma anche a quella di uno che già è stato baciato da altre che gli hanno fatto credere di essere un principe. E io di tipi così ne ho incontrati parecchi e vi assicuro che è bastato lanciarli via lontano da me per farli tornare con la stessa velocità di una palla da tennis ribattuta da Serena Williams.
Ma la domanda è: avete mai letto una fiaba in cui un principe qualsiasi si sia comportato male, abbia tradito, o non abbia riconosciuto a prima vista che chi aveva davanti era la sua principessa? Il principe di Cenerentola l'ha cercata per tutto il reame provando di donna in donna la scarpetta di cristallo e mettendo così a repentaglio il suo setto nasale. Il principe di Ariel se la sarebbe tenuta anche senza voce, e forse questo lo avrebbe accettato volentieri anche il Calzinaio Matto con me. La Bestia ha sequestrato Belle in un castello pur di trattenerla a sé e infatti era una bestia, ma possedeva pur sempre un castello da sturbo. Per finire, il principe di Biancaneve se l'è accattata con tutta la prole al seguito di ben 7 nani, uno più deficiente dell'altro. Insomma, i principi sono certa che esistano, ma vi assicuro che non c'è bisogno di dover baciare così tanti rospi nella speranza che si trasformino nell'uomo giusto per noi. Così, dando l'ultimo morso alla mia bomba, ho deciso di lanciare via tutti i rospi di cui mi ero circondata nell'attesa di quel principe azzurro che, con la scusa di pulirmi dalla crema spiaccicata sulla bocca e anche sul naso, mi dia quel famoso bacio, perché è lui che ha riconosciuto in me la sua principessa.

BOMBA ALLA CREMA

Ingredienti:
Impasto:
- 500 g di FARINA 00
- 100 g di BURRO
- 25 g di LIEVITO DI BIRRA
- una bustina di VANILLINA
- 1 LIMONE
- 1 pizzico di SALE
- 250 g di LATTE
- 60 g di ZUCCHERO
- OLIO DI SEMI q.b.
Crema:
- 250 g di LATTE
- 3 TUORLI D’UOVO
- 1/2 LIMONE
- SCORZA DI LIMONE q.b. 
- 60 g di ZUCCHERO
- 1/2 BACCA DI VANIGLIA

Preparazione:

Impasto:
1) Scaldare il latte (non farlo bollire).
2) Unire il sale e lo zucchero nel latte tiepido e mescolare finché non si sciolgano
3) dividere in due parti il latte, e aggiungere in una metà il lievito di birra.
4) far sciogliere anche il lievito di birra
5) aggiungere la farina, solo 100 g
6) Lasciar lievitare l'impasto per circa 1 ora
7) a questo punto aggiungere la farina restante setacciata (400 g)
8) aggiungere la scorza del limone grattugiato, il burro a temperatura ambiente (o fuso), il latte restante e la vanillina.
9) Impastare bene il tutto e far lievitare per circa 1 ora
10) Una volta raddoppiato il volume dell'impasto, stendere il tutto con il mattarello facendo la stesa alta almeno 1 centimetro.
11) Tagliare la pasta usando uno stampino rotondo con diametro di 7 o 8 centimetri.
12) Friggere ciascun panetto in olio bollente e abbondante facendole diventare dorate, gonfie e rotonde.

Crema:
1) Unire i tuorli, lo zucchero, la farina e il latte (50 ml)
2) Il latte restante lo portiamo quasi a bollore con la bacca di vaniglia dentro e il limone grattugiato.
3) Dopo aver fatto raffreddare un po' il latte con il limone e la vaniglia, lo uniamo al composto appena preparato con i tuorli, lo zucchero, la farina e il latte
4) a fuoco basso mescoliamo il composto con un cucchiaio fino a quando non raggiunge la cremosità che si vuole.
5) quando la consistenza è quella della crema, lasciar raffreddare il tutto

Quando le bombe si saranno raffreddate e anche la crema, fare un buco al centro e riempirle.

Spolverare con lo zucchero

sabato 28 settembre 2013

PROPOSTA INDECENTE - TONNARELLI CACIO E PEPE
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Io non c’ho che te, tu non c’hai che me, non c’avemo un granché. Questa è la frase che mi diceva sempre la mia mamma quando da piccola mi spupazzava un po’ tra le coperte. Ed era vero, perché se anche intorno a noi ruotava una miriade infinita d’affetto, io e lei eravamo una cosa sola. Io, per forza di cose, vivevo per lei. Lei, non per forza di cose, vive ancora per me.
Ora però nella mia vita c’è un’altra persona a cui sento di essere così legata a tal punto da ritrovarmela rovesciata sul divano e sentire l’odore dei suoi piedi senza provare la benché minima nausea allo stomaco, a tal punto da dovermi infilare nel suo letto quando lei dorme fuori (in realtà non mi infilo da nessuna parte perché dorme sul materasso pur di non dover mettere le lenzuola), a tal punto di alzarmi in questo momento dal divano per andare ad uccidere i suoi mostri casalinghi: le ormai famose farfalle assassine.
Io non c’ho che lei, lei non c’ha che me, non c’avremo pure un granchè, ma quanto è bello sentire di potersi affidare completamente ad una persona senza paura di farci male, essere noi stessi senza sentirsi mai giudicati, lasciare che l’altro ci penetri nei pensieri al solo sguardo e permettere di conoscerci così a fondo senza preoccuparci di mostrare il fianco ed esporre le nostre debolezze, perché quelle debolezze in un istante diventano il fulcro di un amore incondizionato.
Lo so, ultimamente parlo di Veronica come fosse il mio fidanzato. E lo è, sempre ovviamente in attesa che arrivi un uomo che di me possa amare i miei occhiali da casa, il mio invadere il letto per obliquo per cercare il contatto che da un po’ non sento più, la mia sfacciataggine quando giro nuda con le finestre spalancate, le mie all star, la mia frangia arrotolata quando mi sveglio la mattina, le mie ore di chattate con gli amici, la mia risata sotto i baffi (baffi veri a sentire Runci e il Calzinaio Matto) e la mia smisurata voglia di affetto e di sentirmi amata, proprio come fa la Runci con me.
E l’altra sera pensavo di averlo trovato. Giuro. Ero lì lì per dichiarare a Veronica che da quel momento in poi io avrei avuto anche un altro e che quest’altro avrebbe ovviamente avuto anche lei, quando il tipo, arrotolando l’ultima forchettata di tonnarelli con cacio e pepe, mi ha detto che entro un mese l’avrebbero trasferito in un altro ospedale fuori Roma, esattamente a Torino. E non è finita qua, perché convinto di farmi cosa gradita, mi ha anche chiesto di seguirlo per iniziare una nuova vita lì con lui.
Panico. Silenzio. E poi delirio. Devo dire più il suo, che il mio. Perché io, ovviamente, in una frazione di secondo mi sono subito trasformata da Giulia in Gigì, iniziando a sognare tutte le cose belle che questo trasferimento mi avrebbe portato, tipo la Juve, la Mole Antonelliana, la Fiat, la neve e la bagna caoda, e in un’altra frazione di secondo sono tornata in me, pensando che io sono della Lazio, che qua c’è il Colosseo, che una Fiat già ce l’ho e gliela riporterei volentieri in fabbrica, che amo il sole tanto che anche domani sarò al mare e che la bagna caoda la dovrei proporre alla Runci per combattere le sue farfalle.
E quando lui ha visto i miei occhi di hello spank tornare del loro solito colore indefinito, o meglio definito come verde Tevere post alluvione, ha capito che forse non viaggiavamo sulla stessa lunghezza d’onda, o che proprio in quell'istante avremmo smesso di viaggiare sullo stesso treno verso Torino. E quando io ho visto diventare la sua faccia del colore del naso di un clown, ho pensato che se almeno fossimo stati al circo avrei potuto trasformarmi nella donna cannone per essere sparata direttamente a casa della Runci. Cosa che ho fatto ugualmente, urlando “taxi” fuori dal ristorante, anche se lui era diventato rosso perché si stava strozzando con un grano di pepe che non era stato macinato bene. Santo cuoco della Trattoria de Gracchi!
E così la serata è finita su questo solito divano dove dormo, mangio e continuo a condividere la mia vita e i miei misfatti con la sintesi di tutti i miei affetti, la mia Runci e i suoi piedi, che sono un’altra cosa che a Torino dovrebbero invidiarci, almeno quanto questi tonnarelli cacio e pepe che da stasera eleggerò piatto della mia romanità e attaccamento alle mie radici che non potrò mai abbandonare.

TONNARELLI CACIO E PEPE

Ingredienti:
200 g di TONNARELLI freschi
6 cucchiai di PECORINO ROMANO
PEPE NERO

Preparazione:
1) mettete a bollire l'acqua con meno sale rispetto al normale
2) in una ciotola mescola il pecorino con il pepe nero grattugiato
3) mentre si cuociono i tonnarelli, prendere un pò della schiuma dell'acqua di bollitura e metterla nella ciotola
4) mescolare bene il condimento fino a che non diventi della consistenza di una ricottina
5) scolare i tonnarelli direttamente nella ciotola
6) aggiungere un altro pò d'acqua di cottura in caso i tonnarelli sembrino asciutti
7) servire immediatamente, spolverando sopra un altro pò di pecorino.

venerdì 27 settembre 2013

INAUGURAZIONE DI CASA CON I CROISSANT SALATI
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Come tutti sapete, vivo a casa della Runci da ormai il 22 febbraio, alternandola di tanto in tanto con quella di Marianna, del Calzinaio Matto e quella dei miei genitori, ma solo quando mio fratello mi permette di infilarmi nel lettone con lui. E come tutti sapete, casa mia in realtà è pronta, ma io faccio finta che ancora manchino cose fondamentali, tipo i quadri appesi alle pareti, o le mensole da montare. Oggi però ho dovuto fare i conti con me stessa, dicendomi che forse era arrivata l’ora di diventare grande e di smetterla di fare la profuga con il portabagagli pieno di vestiti e scarpe, anche perché a forza di girovagare di casa in casa senza preavvisi la faccenda mi sta costando più per mutande e calzini, che per la ristrutturazione di porte e finestre. Così ieri pomeriggio, oltre a muovermi finalmente per comprare la cappa (ormai è diventata emblema del mio trastullarmi per non venire ad abitarci), mi sono fermata a riflettere sul perché io non voglia andare vivere lì da sola. Per mesi mi sono detta che una volta assaporata la vita di Testaccio non avrei più voluto cambiare quartiere: non è da tutti poter andare a comprare gli hamburger alla macelleria della piazza con la sciarpetta della Lazio al collo senza essere avvelenata al primo morso. Da sempre, poi, ho dichiarato che non potrei mai più vivere senza la Runci, ma poi lei ha deciso di segnarsi in palestra a Balduina sotto casa mia e così anche questo appiglio è svanito, dato che me la trascinerò a dormire con me almeno tre volte a settimana.
Così, non avendo più giustificazioni da apportare, oggi sono andata a casa nuova e ho iniziato a girarmela in solitaria per capire cosa mi respingesse nel venire ad abitare qui. E non ci è voluto molto per capirlo. Quando ho iniziato i lavori di questa casa convivevo ancora con il Calzinaio Matto, con il quale avevamo condiviso la demolizione di alcuni muri e sognavamo come sarebbe stata la nostra cucina. Pochi mesi dopo ci siamo lasciati, ma il progetto della casa era ormai andato avanti e quell’impronta rimane tuttora in maniera evidente.
Appena si entra, si apre un open space di non so quanti metri quadri con in fondo, al centro della sala, una cucina che nemmeno Vissani si sognerebbe per cucinare senza doverci isolare in un'altra stanza quando ci sono gli amici. Su questo open space si aprono due porte, una del bagno per gli ospiti e un’altra che porta alla zona notte: due camere e due bagni entrambi con doppi lavelli, perché io avrò gemelli, me lo sento! Nessuna cabina armadio perché il Calzinaio Matto è troppo disordinato e mi avrebbe fatto innervosire ogni mattina. Stanze non troppo grandi perché entrambi abbiamo sempre vissuto appiccicati nelle parti comuni di casa e giardino mattonato perché entrambi abbiamo il pollice nero, io per le piante e lui per i barbecue che fa ad oltranza anche d’inverno.
Insomma, non ci volevano sei mesi per capire che forse il mio rifiuto per questa casa era dovuto al fatto che rappresenta tutto ciò che ho desiderato per quattro anni di convivenza e che ad un passo dall’ottenere la vita che ho sempre sognato, in un baleno mi è sfuggita di mano. Immagino che ciascuno di voi da piccolo immaginava come sarebbe stata la propria vita da grande. Bhè, io l’ho continuata ad immaginare anche quando sono diventata grande, tanto che quando ho conosciuto il Calzinaio Matto dopo pochi mesi gli ho dato l’out out per andare a convivere, perché dovevo mantenere intatta la mia tabella di marcia. A 26 anni fuori di casa, del matrimonio non me n’è mai fregato niente, ma a 30 i figli per forza! E invece eccomi qua, a 31 anni senza figli, con una relazione di convivenza con una donna che "amo" nemmeno fosse l’uomo che mi ha chiesto di sposarlo al centro dell’Olimpico e una casa ancora tutta da arredare.
A questo pensiero, ho aperto la porta di casa, sono andata al supermercato a comprare tutti gli ingredienti e, una volta tornata, ho iniziato ad impastare la farina con le uova per preparare quei croissant che avrei voluto tanto cucinare per i miei ospiti durante le feste. E mentre impastavo e scaricavo tutta la tensione, mi sono guardata intorno con occhi diversi. Davanti a me ho iniziato a vedere un divano tutto colorato a righe che presto comprerò (io e il gusto dell’orrido…) e che il Calzinaio Matto non mi avrebbe mai permesso di mettere. Alla mia destra i pensili di colore azzurro, segno di riconoscimento della mia fede laziale, altra cosa che quel romanista a tempo perso non mi avrebbe mai concesso. Nel bagno degli ospiti tessere di mosaico di ogni sfumatura del viola e del rosa che fa tanto kitch anni 70, a dispetto del suo gusto “passo inosservato”.
E quando è stato il momento di infornare i miei croissant salati ed hanno iniziato a sprigionare l’odore che associo sempre alle feste, ho pensato bene di chiamare le mie amiche e di invitarle all’inaugurazione di casa, perché non importa se ci sia ovunque l’impronta di quella che sarebbe dovuta essere la mia vita col Calzinaio Matto.
Quello che conta è che senza nemmeno accorgermene io sia andata avanti per la mia strada e il gusto dell’orrido con la quale ho tirato su questa casa ne è segno evidente, ed è ciò che ora la rende la MIA casa e che sarà presto dimora della mia nuova vita.
Sempre con due gemelli, questo è ovvio.


CROISSANT SALATI

Ingredienti:
300 g di FARINA
35 g di PARMIGIANO
1 tuorlo d'UOVO
220 g di BURRO
SALE q.b

Preparazione:
1) su una spianatoia mettere 240 g di farina e formate la classica fontana
2) fare un buco al centro della farina e mettere il tuorlo con in pizzico di sale
3) a filo aggiungere un pò d'acqua
4) iniziate ad impastare fino ad ottenere un composto omogeneo e liscio
5) ora formate un panetto con la restante farina e il burro
6) stendere con il mattarello il primo impasto, fino ad ottenere un foglio di pasta alto circa 5 mm
7) ora stende l'altro impasto e sovrapponetelo al primo
8) ora ripiegate il tutto in quattro parti e stendete di nuovo la sfoglia
9) lasciate riposare per circa 30 minuti
10) ora tagliate la sfoglia in una decina di triangoli
11) al centro di ogni triangoli mettete il parmigiano e avvolgeteli su loros tessi partendo dalla punta, sino ad arrivare alla base
12) rivestita una teglia con carta forno ed adagiatevi i croissant
13) spennellate ciascun croissant con un tuorlo sbattuto e infornate a 180° per 20 minuti circa
14) fate raffreddare prima di tagliarli e riempirli a vostro piacimento

mercoledì 25 settembre 2013

FACCINE DI WHATSAPP - TORTA DELICE
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Quest' estate durante la vacanza in Sardegna mi scrivevo con un tipo (“mi scrivevo” non è un errore di sintassi, è proprio voluto, perché nella pratica io scrivevo a me stessa dato che lui non rispondeva) e Daniele scriveva a tante tipe. Io chiedevo delucidazioni a lui sul mondo maschile e i vari comportamenti che nemmeno Freud, Fromm e Nostradamus insieme sarebbero mai riusciti a decifrare e lui mi mostrava i suoi progressi in campo sentimentale con le varie tipe alle quali dava contentini di tanto in tanto (detta alla Daniele, metteva fermini, o pasturava), mandando bacetti volanti ad una ed elargendo faccette ad un’altra. Mentre lo vedevo sogghignare al di là dello schermo dell’Iphone, ad essere sincera, dentro di me pensavo che la sua strategia fosse totalmente perdente. Voglio dire, ci hanno fornito del dono della parola con la quale si possono esprimere concetti articolati, chi mai riuscirebbe a sintetizzarli con una faccetta che al posto del sorriso ha una cerniera, o con un’altra che tiene un occhio chiuso e uno sbarrato tipo psycho, il tutto per fare una linguaccia? Ma evidentemente il problema era tutto mio, perché i giorni passavano e io rimanevo al chiodo appesa all’interpretazione di queste benedette faccine che il tipo aveva iniziato ad usare pure con me, mentre Daniele mieteva vittime a distanza, nemmeno fosse un cecchino di precisione.
Così è successo che un giorno, presa dall’ennesimo raptus di nervi nel ricevere in risposta a “Spero mi penserai immerso tra i coralli” la mano che fa l’ok, ho cancellato il numero, le conversazioni e tutto ciò che lo riguardava, sancendo così la mia sconfitta definitiva dinnanzi al re delle faccine.
“E’ come imparare l’alfabeto alle elementari: una volta che apprendi tutte le lettere, poi con quelle formi frasi di senso compiuto”, mi ha provato a spiegare Daniele. Ma che frasi di senso compiuto potrei mai trarre da una mano che fa l’ok, se non quella di aver azzeccato il prezzo alla ruota finale di Iva Zanicchi?
Niente, le faccine e i simboli whatsappiani non fanno per me. E’ come l’alfabeto dei segni quando guardi il telegiornale, ma almeno lì c’è anche la parte parlata e raccontata. E allora - dico io - gli ideatori di whatsapp non potrebbero inserire un semplice comando che al passaggio del dito sopra ogni faccina, appaia anche una breve sintesi dell’interpretazione che se ne dovrebbe fare? Non so, magari sopra a quello dell’”ok il prezzo è giusto” potrebbe comparire “il tipo non sa che risponderti perché pure tu come te ne esci con la storia dell’immersione tra i coralli, che originalità!”, o almeno questa è stata l’interpretazione che ne ho dato io ed è per questo che ho cancellato il numero.
In sostanza, da quel giorno è iniziata la mia promozione di una petizione che chieda agli ideatori di whatsapp un dizionario “faccine-italiano-faccine” che dia un senso universalmente comprensibile all’uso smisurato che ormai se ne fa, ma dato che anche loro mi hanno risposto con una faccina, quella che fa la linguaccia stile psycho (è per questo che ne ho appreso il significato), ho capito che dovevo indirizzare in altra maniera i miei sforzi. Così una sera mi sono radunata con le mie amiche di sempre e quando è stato il mio turno per fare outing ho dichiarato la mia difficoltà con queste nuove modalità di comunicazione. Claudia, che non ha nemmeno facebook, ha subito condiviso con me il problema. Veronica, che invece con le faccine fa concorrenza a Daniele, tanto che riesce a formarci un alberello di Natale per far capire al tipo che regalo le piacerebbe ricevere per l’anniversario della loro prima settimana di uscite, ha provato a consolarmi dicendomi che prima o poi troverò qualcuno che userà il telefono per semplici sms e chiamate. Marianna, la più saggia di noi, ha infine sentenziato che faccine o non faccine, quando due si prendono riuscirebbero a comunicare anche parlando lingue differenti, perché la lingua dell’amore è universale. E detta questa, a noi non è rimasto che tirare fuori un pacco da dieci di kleenex, un pacco da dieci di Kinder Delice ed inserire il cd de “La verità è che non gli piace abbastanza”, che in queste serate serve a ricordarci quello che in fondo vogliamo dall’amore: essere l’Eccezione, come Gigì per Alex, senza bisogno di interpretazioni.
E se anche voi che leggete avete bisogno di una serata per capire cosa veramente volete dalla vita e cosa vi aspettate in amore, dato che la nottata sarà un po’ amara, il mio consiglio è di addolcirla con la torta delice che vi posto di seguito.

TORTA DELICE

Ingredienti per 8 persone:
200 gr di CIOCCOLATO FONDENTE
120 gr di BURRO
250 gr di ZUCCHERO
240 gr di FARINA
1 bicchiere grande di LATTE INTERO
1 bustina di LIEVITO
UOVA
3 cucchiai di CACAO AMARO in polvere
SALE
1 barattolo medio di NUTELLA
250 ml di PANNA da montare

Preparazione:
1) in una ciotola grande mettere i 4 tuorli, con lo zucchero e sbattere forte fino a formare una crema omogenea
2) nel frattempo sciogliamo a bagnomaria il cioccolato fondente
3) una volta sciolto lo aggiungiamo ai rossi d'uovo sbattutti, insieme al cacao in polvere.
4) setacciamo la farina e uniamoci il lievito
5) a questo punto aggiungiamo il burro, il latte, un pizzico di sale e la farina con il lievito
6) mescoliamo bene il tutto, prima con la forchetta e poi con il minipimer
7) attenzione ai grumi. eliminarli tutti
8) ora uniamo anche gli albumi d'uovo e continuiamo a mescolare
9) pre riscaldiamo il forno a 180 gradi
9) una volta che il composto è formato omogeneamente, imburriamo una teglia rotonda o rettangolare
10) versare il composto nella teglia e cuocere in forno per almeno 30 minuti, anche 40.
11) passato il tempo, facciamo la prova dello stuzzica dente. se non rimangono residui attaccati la torta è cotta, altrimenti far stare altri 5-10 minuti.
12) mi raccomando, non aprire il forno tante volte, altrimenti si altera la cottura.
13) una volta cotta la torta, tiriamola fuori dal forno e lasciamola freddare
14) mentre la torta si fredda montiamo la panna. Più la panna è fredda, più si monta meglio
14) una volta freddata la torta, versarla su un piatto da portata e tagliarla a metà con un coltello per il pane.
15) su una metà spalmiamo il barattolo di nutella (mi raccomando, non scaldare la nutalla a bagnomaria come suggerito altrove. Io sono una specialista di nutella e ovetti kinder e vi assicuro che gli sbalzi repentinei di temperatura ne alterano consistentemente il sapore).
16) sull'altra metà, quella lasciata sul piatto per comodità, spalmare tutta la panna.
17) richiudere le due metà dell torta.

martedì 24 settembre 2013

SERATA ROCK CON IL COSMOPOLITAN
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Qualcuno mi spieghi il significato dell'uomo con i capelli lunghi. No, veramente dico, io non ci arrivo, non lo capisco proprio. 
Venerdì sera la mia cara amica Claudia ha trascinato noi povere ignare ad un concerto heavy-rock-metal e chi più ne ha più ne metta, perché le piaceva un tipo che vi avrebbe suonato. Ovviamente di quale concerto si trattasse non ce lo ha detto, fino a che non si è sincerata che ciascuna di noi fosse uscita di casa per dirigersi al luogo dell'appuntamento. "Via tiburtina, proprio dove abitava Mari": solo questa è stata l'informazione fornitaci e infatti tutte noi ci siamo presentate chi vestita di bianco perché ha ancora l'abbronzatura da risaltare, chi con la maglietta con la quale dorme perché l'ho dovuta trascinare prima dal cinese e poi qua, chi con la canotta stile marinara perché già immersa nell'atmosfera lidense del giorno dopo e chi con il tacco a spillo perché "me lo sento, questo è il mio periodo". 

Insomma, alle 23 eravamo schierate stile Charlie's Angel pronte ad immergerci nell'atmosfera da concerto e agguerrite stile Sex and city per passare la nostra serata fuori dalle righe. Passo all'unisono e sguardi proiettati  in avanti, fino a che non abbiamo sbattuto il naso contro una porta nera di ferro con un tizio malconcio e grasso all'entrata che ci ha bloccate più per l’odore nauseabondo che sprigionavano i suoi capelli lunghi, che per la  voce roca con la quale ci ha ammonite che avremmo dovuto fare la tessera. Marianna si è girata all'istante e l'abbiamo dovuta riacchiappare per la maglietta per non farle fare retromarcia. Io mi sono accesa la solita sigaretta e con la Runci abbiamo iniziato a guardarci intorno. Lei devo dire era ben assortita, ma io con i miei quattro capelli corti ero proprio fuori stile. Intorno a noi tutte chiome lunghe, sporche e soprattutto non di donne. Di uomini! Tutti uomini capelloni. E tutti vestiti di nero con tatuaggi a vista e giacchetti di pelle, chi strappati e chi bucati. Nessuna di noi ha avuto il coraggio di rivolgere parola a Claudia. In fondo eravamo là per una buona causa e così, pagati i 5 euro per la tessera, siamo scese al piano di sotto. Un bunker. Avete presente gli ultimi giorni di Hitler? Ecco, noi avremmo volentieri preso quella pasticca per morire, piuttosto che respirare quell'aria sudicia e pregna di pidocchi volanti. Ma che volanti, saltellanti di capoccia in capoccia. 
Praticamente non ho fatto in tempo a scendere l’ultimo gradino della scala che ho visto Marianna chiudersi a riccio, stamparsi il suo sorriso finto sulla faccia e andarsi a sedere all'angolo più recondito della sala, non prima di aver ordinato cinque Cosmopolitan, che a detta sua avrebbero aiutato noi tutte a vedere un po' a colori quei tipi vestiti tutti uguali, manco fossero una schiera di spazzacamini reduci dalle pulizie in casa della Befana. Claudia col suo solito aplomb ha cercato di vedere i lati positivi della faccenda: "Giulia, tu puoi trarre ispirazione per il tuo post; Veronica, tu puoi chiedere consiglio su quale shampoo usare e io vado a cercare il tizio prima di iniziare a puzzare anch’io". Nel frattempo, in sala hanno iniziato a suonare. Suonare, vabbé a fare un casino assordante (a proposito, ma in questo tipo di musica qual è il ruolo del cantante? Perché diciamoci la verità, a parte ad essere quello con i capelli più lunghi del gruppo, ma chi sente che voce ha??) e gli uomini si sono disposti in file a seconda della lunghezza dei capelli, muovendosi avanti e indietro con tutto il loro capellame a briglia sciolta. Prima fila gli jesus christ; seconda fila gli uomini col caschetto; in penultima, fermi a rosicare, i rasati ( forse erano rasati perché avevano scoperto pochi giorni prima di avere i pidocchi?) e in ultima donne e pelati. Al lati noi, ma facevamo da tappezzeria in attesa che il tizio di Claudia si palesasse ai nostri occhi. Eravamo terrorizzate. Ormai ci aspettavamo di tutto. Io ero preoccupata per la reazione che avrebbe avuto Mari. Claudia era preoccupata invece per la reazione che avrebbe avuto il tipo nel vederci, come dire, un po' fuori target. Il tipo invece non si è preoccupato proprio di niente perché poco dopo ci è venuto incontro per presentarsi e a fare gli onori di casa. Quando io ho capito che era lui ho tirato un sospiro di sollievo, a Marianna gli si è tolto il sorriso finto sulla faccia e le è tornato, per fortuna, il suo sguardo indagatore che proietta ogni volta che le presentiamo uno nuovo e Veronica si è sciolta i capelli ormai al sicuro dai pidocchi, perché il tipo era rasato, carino, occhi chiari e anche profumato!
Il concerto per fortuna è durato poco, giusto il tempo per un altro giro di Cosmopolitan che, forse come diceva Marianna, ci hanno aiutato a vedere il tipo carino, ma di sicuro hanno aiutato a divertirci per l'ennesima serata solo per il fatto di stare insieme, anche se stavolta insieme è significato essere un gruppo di donne con i capelli più corti di quelli degli uomini. Ma pur sempre più puliti e profumati, si intende!

COSMOPOLITAN

Ingredienti:
5/10 di VODKA secca
1/10 di succo di LIMONE filtrato
2/10 di SUCCO DI MIRTILLI rossi
2/10 di COINTREAU

Preparazione:
1) in una coppa Martini mettere il ghiaccio per far freddare il bicchiere
2) riempire di ghiaccio per i 3/4 dello shaker
3) versare tutti gli ingredienti dentro lo shaker
4) shekerare 
5) svuotare il bicchiere del ghiaccio
6) filtrare il cocktail nella coppa Martini
7) decorare con una fetta di limone e dei mirtilli

lunedì 23 settembre 2013

CENA ROMANTICA CON SALMONE AL PEPE ROSA
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Non c’è giorno che non arrivi in ufficio e non mi ritrovi una mail del Calzinaio Matto che per oggetto ha “Io e lui”, oppure “Io, lui e l’altro” e per testo una foto formato gigante di Lino appollaiato sulla sua pancia, o di Lino sempre appollaiato sulla sua pancia e l’amichetto di Lino, Isidoro il roscio, sdraiato sulle sue gambe.
Non c’è mattina, quindi, che io non arrivi a lavoro e non mi ricordi che fino a qualche mese fa avevo un gatto. Che poi definirlo gatto è veramente un eufemismo, perché ricordo bene come l’ho svezzato quando non aveva nemmeno un mese, come mi graffiava le braccia quando la sera provavo a lavarlo con le salviette profumate (sì, lo so, ero un tantino esagerata e premurosa e forse per questo Lino ha sempre preferito il Calzinaio Matto a me), come mi scapicollavo al supermercato incontrando sempre lo stesso tizio che mi guardava come a dirmi “ a signò, è un gatto, mica si può mettere a leggere tutti gli ingredienti manco fosse un neonato”. Ecco il punto era proprio quello. Lino non era e non è un gatto. Lino è stato cresciuto come un bambino. Ed è tuttora un bambino. Praticamente è nostro figlio, solo che a differenza delle famiglie normali, chi ha abbandonato il tetto coniugale sono stata io e adesso chi fa la parte della mamma part time sono sempre io. L’affido è toccato al Calzinaio Matto e a me tocca viziarlo come un padre che va a trovare il figlio una volta a settimana con tutti i sensi di colpa che comporta la faccenda. E proprio mossa dai miei sensi di colpa, questa sera mi sono di nuovo infilata al supermercato tutta intenzionata a viziare il mio figlioLINO, comprando qualcosa da cucinare che fosse commestibile sia per lui, che per me.  E sì, perché sabato dinnanzi ad una frittura di calamari e qualche spritz, il Calzinaio Matto se n’è uscito dicendomi che, se mi mancava tanto domenica sarei potuta andare a dormire a casa sua, perché lui si sarebbe fermato a dormire fuori Roma. “Ti giuro che casa è tutta pulita”: è così che mi ha convinta. E scema io che ci casco sempre. 
L’ultima volta che mi aveva chiesto di andare a dormire da lui per accudire Lino è stato esattamente durante il weekend di ferragosto. Lo ricordo bene e se lo ricorda di sicuro anche mia cugina, perché mentre mi dimenavo su e giù per la spiaggia e poi su e giù per il giardino di casa per cercare di non pensare ad un tizio che non mi aveva più risposto ad un messaggio, quando ci riuscivo il pensiero si spostava a chissà quale cretina stesse passando quel weekend col Calzinaio Matto. Della serie dalla padella alla brace e infatti il cervello mi si è bruciato definitivamente verso le 19 del pomeriggio, quando distratta dai miei pensieri ho per sbaglio messo in bocca un grissino trovato sul tavolo di casa. Momenti vado dritta all’ospedale. Non oso nemmeno pensare da quanti giorni fosse fermo lì e quali gatti l’avessero già schifato. Ed ecco spiegato perché stasera sono passata al supermercato a fare la spesa prima di venire a casa. 
Ma come vi dicevo, il Calzinaio Matto sabato aveva giurato che mi avrebbe fatto trovare casa pulita ed era stato così convincente che Veronica, mentre preparavo la borsa per venire qui, mi ha chiesto se volessi portarmi le lenzuola pulite. E non è mica andata tanto lontana dalla verità, perché infatti il letto non è che era disfatto, non era proprio fatto. Mi dovrei domandare come mai il Calzinaio Matto abbia tolto le lenzuola? Eppure ho controllato se nelle pentole avesse nascosto qualche perizoma, ma non ho trovato nulla. Ora che ci penso, però, darò un’occhiata anche nei miei vecchi cassetti. Del resto gli uomini non sono così furbi come pensiamo!
E così appena entrata a casa gli ho fatto il letto, perché è vero che stasera ci dormirò io, ma è anche vero che ci dormirà lui per il prossimo mese e mezzo. La cosa comunque mi è sembrata tanto la fotocopia di un’altra volta che sono venuta a trovare Lino. Il Calzinaio Matto mi aveva detto di aver trovato dei miei vestiti che però aveva messo a lavare e che, se li avessi voluti portare via, avrei dovuto stendere i panni.  Anche in quel caso mi sarei dovuta chiedere come mai li avesse messi in lavatrice? La domanda ricordo di essermela posta, ma poi sono certa di essere stata distratta dal biliardino, e così mi sono fatta una partita con la Runci e tutto è passato.
Insomma, ogni volta che vengo a fare le coccole al mio Lino trovo sempre qualche sorpresa che mi riporta indietro nel tempo, tanto che mi chiedo se sia una nuova tattica in fase di sperimentazione per farmi rievocare i “bei vecchi tempi”, perché stasera oltre al letto da fare, ho trovato il solito disordine di cose sparse per casa: pantalone incastrato tra la gamba del letto e la rete, piatti di carta per Lino finiti, un pacco di pasta che mi è precipitato addosso quando ho aperto la credenza (giuro che cercavo l’olio e non i perizomi) e frigo letteralmente vuoto, anzi le uniche cose che ho trovato gliele ho buttate io perché risalivano ancora ai tempi di quando abitavo qua. Per fortuna che ero passata al supermercato a prendere un bel trancio di salmone per fare la cenetta romantica col mio Lino. Salmone diliscato e appena scottato per lui e in padella col pepe rosa per me. Spero solo che la Runci non si ingelosisca, perché tanto lo sa che è da lei che poi torno!

SALMONE AL PEPE ROSA

Ingredienti:
1 trancio di SALMONE fresco
2 cucchiai di OLIO extravergine d'oliva
1 spicchio d'AGLIO
1 cucchiaio di PEPE ROSA in grani
1 mazzetto di PREZZEMOLO fresco
1/2 bicchiere di VINO bianco
SALE q.b.

Preparazione:
1) sbucciare l'aglio e metterlo intero in una padella antiaderente con l'olio e i tranci di salmone
2) rosolare a fuoco medio per non più di due minuto per parte
3) tritare il prezzemolo
4) quando il salmone avrà preso il colorito rosa chiaro, aggiungere il prezzemolo tritato, il pepe e il sale (personalmente il sale non lo aggiungo mai)
5) lasciare andare per altri due minuti
6) a questo punto sfumare con il vino a fuoco alto, in modo che sotto si formi la crosticina del salmone
7) una volta evaporato il vino, spegnere il fuoco e servire caldo.

sabato 21 settembre 2013

QUEL RICORDO DEL PANINO DI GIORGIONE
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Sono mesi che vago in giro per la città senza sosta. Alcune volte sospetto di avere la sindrome di Forrest Gump e che prima o poi anch’io mi ritroverò alle spalle una schiera di fomentati che mi seguono ovunque vada. E non avrei alcun problema al riguardo, se non fosse che io, magari di notte tardi, ma a casa ci torno sempre e dalla Runci più di tre persone non sapremmo proprio come ospitarle.
Però dalla Runci il posto per le mie foto lo abbiamo trovato e così l’altra sera ho deciso di rispolverarne qualcuna. Lascio da parte il racconto delle lacrime che non ci sono state e dei sorrisi che invece non mi hanno lasciata per ore, tanto che quando è rientrata Veronica sorridendomi anche lei mi ha detto “oh, che c’ho? Mi sono rimasti i verdurini tra i denti?” E se proprio non stessi ridendo a causa dei suoi verdurini, qualcosa con il cibo c’entrava, perché sfogliando le foto mi sono resa conto che praticamente in tutti i momenti più significativi della mia vita il cibo è sempre stato uno dei protagonisti. Da sempre. A partire da una delle prime volte in cui Claudia è venuta a mangiare a casa mia dopo scuola. Come al solito mamma lavorava e io già mi arrangiavo tra i fornelli, ma evidentemente non con i barattoli della credenza perché nella pasta col tonno ci ho messo lo zucchero al posto del sale. La fame però era talmente tanta che Claudia non solo sostiene tuttora che era buona, ma che avevamo ideato il pranzo perfetto per chi sta a dieta, dato che in un unico piatto avevamo inserito carboidrati, proteine e zuccheri. 
Con gli anni poi sono diventata più pratica e ho iniziato a voler provare piatti nuovi. Soggetti a random delle mie sperimentazioni culinarie erano sempre la solita Claudia, il Capitano, Chiara, Lodo, ma in una di queste volte la cattiva sorte è toccata al povero Mamprin, il migliore amico dai tempi del liceo, a cui forse all’epoca dei fatti non volevo così tanto bene dato che per pranzo gli ho preparato i crostini al forno con mortadella e Galbanino. Giuro Mamps che non immaginavo che la mortadella col calore si arricciasse in quella maniera ed emettesse quell’odore, e poi non ti ho detto io di mangiarteli tutti come prova d’amore e d’affetto nei miei confronti.
Non sono sempre stati gli altri però a rimetterci quasi le penne per qualche piatto della famiglia Morezzi/Avincola/Aureli (sì siamo una famiglia un tantino allargata!). Di certo mia madre non potrà mai dimenticarsi quella volta che, tornata dal tour di visite ad entrambe le nonne, durante la notte mi sono sentita malissimo per aver mangiato la pasta e fagioli sia dalla nonna materna a pranzo, che da quella paterna a cena. E se pur inconsapevolmente le due nonne hanno attentato alla mia vita, devo certamente a nonna Maria la manualità per la pasta fatta in casa e a Nonna Lina la mia sterminata collezione delle sorprese degli ovetti Kinder che ancora mi fa trovare in frigo ogni volta che vado a trovarla. Sempre a proposito di famiglia ci sono una serie di piatti che segnano determinate ricorrenze: la lasagna al forno che zia Anna mi fa trovare ogni 26 Dicembre, sottraendola a Natale dalle grinfie malefiche dei miei cugini; i pomodori di riso di mamma che segnano l’inizio dell’estate e l’abbacchio al forno con le patate, con il cui profumo mi svegliavo ogni domenica d’inverno. Del periodo in cui vivevo ancora con i miei mi mancano da morire gli incontri notturni che facevo con Aldo. Io tornavo alle 4 dalla discoteca e lui si svegliava per vedere il Gran Premio. Dato che voleva la mia compagnia, mi proponeva lo spuntino di “mezzanotte”. Sì, lo so che erano le 4,00 di notte e forse sarebbero stati più appropriati dei cornetti caldi, ma io e lui svuotavamo il frigo e ogni volta ci inventavamo un’insalatona differente. Poi con gli anni ho capito che forse andare a letto con carciofini, mais e wurstel sullo stomaco non era molto indicato e così, anche quando dormiva, svegliavo sia lui che mamma con le pizzette calde del forno appena aperto. 
Nel frattempo sono cresciuta e la cucina l’ho dovuta iniziare a condividere col Calzinaio Matto, il quale ancora sostiene di saper cucinare meglio di me, se per cucinare intendiamo fare il barbecue. Ok, ad onor del vero anche con gli aperitivi ci sa fare: mica è da tutti sapere scegliere al banco del supermercato il formaggio, le salsicce e le olive più buone! Se mi sta leggendo tra 3-2-1 apparirà tra i commenti la sua ricetta delle linguine all’aragosta, così finalmente magari rivelerà il suo ingrediente segreto. Sono proprio un genio!
Dopo la condivisione della cucina col Calzinaio Matto come ben sapete, c’è stata la non condivisione della cucina della Runci, nel senso che lei se n’è subito lavata le mani già dalla prima volta che ho condito i pomodori e cotto gli hamburger, sostenendo che da lì in poi avrebbe voluto mangiare solo quelli. Da quel giorno ho capito che aria tirava e così all’ora di cena mi sono iniziata ad infilare a casa di Marianna, ma la cosa non è migliorata, perché lei si è messa a dieta e mentre io mi spaparanzo sul suo divano e la tampino con le mie domande esistenziali della serie: “ma secondo te è troppo presto per mandare un altro messaggio al tipo che non mi risponde già da tre minuti, o mi prende per una stalker?”, lei anche questa sera mi fa gli hamburger di pollo con insalata.
Di ricordi di cene, pranzi, colazioni e spuntini vari con amici di sempre, poi ne ho un’infinità. In questo momento ho davanti le foto della preparazione del Tiramisu  per la festa a sorpresa di Antonio. Io e la Runci ci eravamo così gasate per aver trovato la combinazione perfetta di mascarpone, panna e uova per la crema, che avevamo deciso di provare anche a fare la Sacher perfetta, salvo pentircene seduta stante per il lungo procedimento. Ormai però lo avevamo detto a tutti e così siamo andate di corsa al supermercato a comprare una busta di torta la cioccolato della Buitoni. Fino ad oggi siamo state tenute in ostaggio dal Calzinaio Matto che conserva ancora la foto della prova che avevamo mentito a tutti. Runci, finalmente abbiamo fatto outing e lui non potrà più ricattarci!
Ma tra tutti i piatti a cui sono legata affettivamente ce n’è uno che non ho più mangiato: il panino dello zozzo di Corso Francia dove andavo sempre con Eleonora e dove una volta abbiamo rischiato il linciaggio. Come sempre stava spuntando il sole e a lei dopo il Goa era venuta fame. Avevamo preso il nostro solito panino ultra farcito e ce lo siamo andate a mangiare sul cornicione di marmo alle spalle del chiosco. Proprio mentre eravamo intente a non sgocciolarci tutto sui jeans, io esclamo: “Guarda Ely, uno scoiattolo!” Lei si gira e con una calma agghiacciante mi fa: “uh, ma sono tanti – attimo di pausa – uh, ma sono tutti topi!” E così iniziammo ad urlare e correre nemmeno fossimo inseguite da un grizzly, anzi sì perché da lì a breve un grizzly ci ha iniziato ad inseguire e cacciare: era Giorgione incavolato nero perché gli stavamo facendo scappare tutti i clienti!
Ora Ely non c’è più e forse nemmeno più Giorgione col suo chiosco, ma io questo non lo so perché praticamente da quel giorno non ci sono più andata. Però sono certa che in qualunque momento gli avessi nominato la parola “Giorgione” a lei sarebbe venuta voglia all’istante di quel panino, ed è per questo che col sorriso ancora stampato sulla faccia ne vado a preparare uno e posto a voi la ricetta.




IL PANINO DELLO ZOZZONE DI CORSO FRANCIA

Ingredienti:
·        1 PANINO con il sesamo
·        2 SOTTILETTE
·        1 HAMBURGER
·        3-4 fettine sottili di POMODORO
·        1 foglia di INSALATA
·        CARCIOFINI
·        MAIONESE
·        KETCHUP

Preparazione:
1.      tagliare a metà il panino e mettere entrambe le due metà sulla piastra calda dalla parte della mollica
2.      mondare e tagliare un pomodoro rosso da insalata in fettine sottili. Consiglio di scegliere la parte centrale
3.      lavare una foglia di insalata e iniziare a scolare i carciofini dall’olio
4.      quando il pane sarà caldo e un pochino abbrustolito, toglierlo dalla piastre e metterci l’hamburger (girare l’hamburger una sola volta per lato)
5.      mentre l’hamburger si sta cuocendo, spalmare su una fetta di pane la maionese, dall’altra il ketchup
6.      sopra la fetta piana disporre l’insalata, le fettine di pomodoro e una sottiletta
7.      quando anche il secondo lato dell’hamburger sta per finire di cuocersi, mettere sopra la seconda sottiletta e lasciare che si sciolga un po’
8.      a questo punto, togliere l’hamburger dalla piastra e adagiarlo sulla fetta di pane più farcita. Chiudere con l’altra fetta e divorarlo a gambe aperte perchè rischio straripamento elevatissimo!

giovedì 19 settembre 2013

RUNCI E' LA MIA ROSETTA CALDA
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In questo periodo la mia amica Runci va via come il pane, o come meglio precisa Marianna quando le racconto le cronache dal mondo runciano, va via come le rosette calde. E devo dire che sarebbe impossibile il contrario, perché è nel suo periodo di massimo splendore e sprigiona vivacità da ogni poro. Forse anche troppo, dato che sono due notti che torniamo tardi a casa e mentre io mi ruzzolo sul divano alla ricerca del mio plaid con ancora la maglietta addosso, lei gironzola per casa, su e giù per la scaletta, fuori e dentro dal bagno, per passarsi lo smalto all'una di notte, depilarsi alle 2,00, mangiare alle 3,00 "perché sai dopo tutta questa fatica mi è venuta proprio fame", cacciare farfalle mai prese alle 3,30, cercare il rifugio delle farfalle in credenza alle 4,00 e finalmente darsi pace intorno alle 5,00, arrendendosi al fatto che se teniamo la finestra aperta e la luce accesa quelle entrano in casa per farle dispetto, ma almeno a quel punto trova finalmente soluzione nello spegnere la luce e decidendo di andare a dormire.
E poi chiacchiera, chiacchiera... e quando capisce che sto per chiudere anche il terzo occhio, quello della mente, perché gli altri due da un bel pezzo hanno calato la saracinesca, di soppiatto si sdraia accanto a me e nell'orecchio mi inizia a leggere gli ultimi messaggi che si è scambiata prima con quello della palestra, che però non ci piace più di tanto (ovviamente plurale maiestatis: non è che potrò lasciare il divano al primo che passa) perché la prima volta che ci è uscita lui ha chiesto alla cameriera di portargli una forchetta, peccato però che erano andati al giapponese e queste sono cose su cui - è chiaro - non ci si può passare sopra; poi con quello che sin da subito abbiamo eletto l'uomo della vita, o meglio l'ho eletto io, perché lei ogni due per due mi saltella in stanza, una volta per dirmi "quanto è dolce" e un'altra "mmm...  questo non mi convince proprio", a seconda che lui scriva se sta andando al cinema e quindi non potrà rispondere al cellulare, o se sta passando davanti ad un negozio di animali e ha avuto la brillante idea di comprare un cagnolino tutto per loro. E si sa che un cane dura almeno 15 anni ed è per questo che l'ho eletto uomo della vita.

Ma la causa delle occhiaie di domani mattina - le mie, non le sue, perché come vi ho detto questo periodo è talmente solare di suo che è passata dalle tre creme a strati spalmate ogni sera, al solo sapone per il viso la mattina - non è nessuno dei due tipi di cui vi ho raccontato poco fa. Il tipo in questione è quello che l’ha fermata domenica scorsa, mentre lei era in un centro commerciale completamente assorta a comprare la maglietta uguale identica a quella della Satta con i soldi risparmiati dalle tre creme che ora non mette più, chiedendole che partita di calcio si stesse ascoltando alla radio. Avete capito? Mentre io ero allo stadio circondata da uomini di tutte le specie che nemmeno alla tranquillità del 3° gol hanno pensato di distrarsi guardandosi intorno e magari nella mia direzione (no Daniele, tu non conti. Tu no uomo, tu Sampei e io non farò mai la fine del pesce da pasturare!), lei se ne andava in giro tutta scompigliata venendo rimorchiata da questo ragazzo che oltre ad essere alto (conditio sine qua non della Runci manco fosse figlia di un vatusso) è anche carino e pure simpatico. E dato che dovevamo scoprire se potevamo sostituirlo all'altro come uomo della vita, la sera dopo ci è uscita. L’incontro è andato bene, anche perché sono andati a mangiare la carne e lì la forchetta la doveva usare per forza, ma già dai messaggi del dopo incontro magari qualcosa l’avremmo dovuta intuire…
Tutto il giorno non hanno smesso di chattare, fino a quando è arrivato il momento runciano per eccellenza, ossia l’estetista per la sua preziosa manicure. Il tipo è entrato nel panico mandandole una serie di messaggi a raffica per sapere dove fosse, perché non rispondesse e come faceva a stare dall’estetista alle ore 23,30. Lei ha prima provato a spiegargli che con le dita dentro il fornetto del gel le era un po’ complicato digitare sulla tastiera - omettendo che in realtà era nel bel mezzo di una conversazione in cui spiegava quanto sia fondamentale saper mangiare con le bacchette - e poi gli ha anche inviato la foto dell'estetista come prova della veridicità dei fatti, ma evidentemente lui ha pensato stesse al circo con la donna cannone, perché le ha inviato un “buon anno” e ha spento il cellulare, per poi rifarsi vivo la mattina dopo con questo messaggio che riporto – giuro – fedelmente: “Se vuoi chiamami… Io credo sto per finire i soldi”.
Per fortuna, quando è arrivato il messaggio avevamo già attivato quel neurone a testa che le farfalle della Runci non avevano fatto in tempo a divorare durante la notte e dopo un “nun-gne-la-posso-fa” detto all’unisono, abbiamo convenuto insieme la seguente risposta: “Io i soldi li ho finiti con questo messaggio. Buona Pasqua”. Il tipo ha anche avuto il coraggio di rispondere, ma noi no… Vero, Runci???
Insomma, morale della favola: la mia Runci questo periodo sarà pure ambita come una rosetta calda, ma poi a mangiarsela non ci riesce nessuno, ovviamente tranne me! E siccome anche voi che avete la pazienza di leggere questo blog meritate la vostra rosetta calda, ecco a voi la ricetta.

ROSETTA ROMANA

Ingredienti:
> Per la biga: 
   - 50 g di FARINA MANITOBA tipo 00
   - 225 g di ACQUA minerale naturale
   - 5 g di LIEVITO DI BIRRA fresco
> Per l'impasto:
   - 100 g di FARINA 
   - 87 g di ACQUA MINERALE NATURALE
   - 9 g di SALE
   - 3 g di MALTO D'ORZO
   - 4 g di LIEVITO DI BIRRA fresco
   - 6 g di LECITINA DI SOIA (coadiuvante naturale)

Preparazione:
1) sciogliere il lieveto nell'acqua
2) versare nell'impastatrice la farina e poi l'acqua
3) mettere a velocità 1
4) l'impasto è pronto quando omogeneo e non granuloso
5) prendiamo l'impasto e posiamolo con la forma di una palla su unna spiana di legno
6) copriamolo con un canovaccio e lasciamolo lievitare per almeno 24 ore
7) quella che otteniamo è la cosidetta biga
8) Il giorno dopo aggiungiamo alla biga gli altri ingredienti poco alla volta tranne il sale (sempre nell'impastatrice)
9) mandiamo l'impastatrice a velocità 1 per 10 minuti
10) quando l'impasto si è staccato completamente dalle pareti allora aggiungiamo il sale e aumentiamo la velocità a 3 o 4
11) prendere l'impasto e lasciarlo riposare almeno per 30 minuti
12) una volta riposato, stacchiamo dei pezzi da circa 80 g ciascuno e formiamo delle pallette
13) anche le pallette vanno fatte riposare per almeno 30 minuti coperte 
14) a questo punto prenidiamo un tagliamele e pressiamo ciascuna palletta, senza arrivare fino in fondo
15) lasciamo lievitare per altri 60 minuti
16) ora è possibile infornare. Forno statico a 250° per 25 minuti. Posare le forme ovviamente con la rosa in alto e su una teglia rivestita con carta forno.





mercoledì 18 settembre 2013

AMORE DELLA MAMMA - POLLO ALLA CACCIATORA
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Messaggio whatsapp di mia madre appena uscita da casa sua: “Lo sai che Gianluca, figlio della mia collega, fa l’assessore alla provincia ed è pure free?”
Ora, è vero che mia madre da quando ha l’iphone e ha scoperto il mondo dei messaggi gratuiti si diverte a mandarmi anche solo emoticon con labbra volanti, così tanto per farmi capire che mi pensa (mamma, giuro che apprezzo molto anche se non ti rispondo!) e che ogni tanto mi chiede se le insegni a mandare le foto (io faccio finta di non sentirla perché ho il timore di scoprire cosa mai mi possa mandare, tipo il  tubino nero che mi farebbe tanto magra, o appunto la foto del figlio della collega quando aveva tre anni), ma per pensare di propinarmi un tipo, solo perché a suo dire è ben piazzato e “free”, evidentemente mi ha trovata con la faccia provata.
Al che sono salita a casa di Marianna e mi sono precipitata allo specchio.
Punti neri non ancora pervenuti, sopracciglia spinzecchiate questa mattina, abbronzatura che mi copre le occhiaie eredità del weekend e capelli se non sistemati, almeno senza nemmeno uno bianco. Ok, dalla faccia non penso possa aver notato in me segni di vecchiaia. Così mi verso un bel bicchiere di vino, mi sdraio sul divanone matrimoniale e inizio a pensare. Niente, non mi sembra che questa sera abbia raccontato qualcosa per farle venire in mente che sono così disperata e da averle fatto intuire che bisogna darsi una mossa affinché io trovi l’uomo giusto. Così, per non sapere né leggere, né scrivere, la chiamo. All’inizio faccio la vaga, ma poi le domando “senti, ma il figlio della tua collega…” e nemmeno mi fa finire la frase che inizia a dire che è un bel ragazzo, che ha un buon lavoro e che…. e qui la volevo, è anche lui di Balduina e, guarda caso, sarà il mio vicino di casa (!). “Magari se ci fai amicizia non devi stare da sola a casa.” Ah, ora mi è chiara la faccenda e infatti, mentre parlavamo degli ultimi dettagli prima del mio trasferimento, mi chiedeva se me la sentissi di andare a vivere in una casa così grande tutta sola. E ora al telefono continua ad accennare al fatto che “certo, se avessi qualcuno con cui starci insieme, magari così la sera cucinate qualcosa. La madre mi ha detto che proprio ieri è andata a trovarlo e le ha preparato un pollo alla cacciatora…”, perché il problema di mia madre non è che io possa rimanere zitella a vita. E' troppo fiera della figlia per pensare che non se la litighino ad ogni angolo della strada e infatti è arcinota la storia che ho talmente tanti spasimanti che quando vado a fare la mia passeggiata devo andare sempre dritta, perché se svolto gli angoli non torno più a casa! Il problema di mia madre, in realtà, è che io possa essere rapita da ladri molesti durante la notte - in genere, quando se ne esce con queste frasi le fa eco Aldo che sostiene che se mi rapissero, giusto il tempo di accorgersi di quanto mangio che mi riporterebbero immediatamente indietro dove mi hanno presa! -, o che possa rimanere senza sale e non sapere a chi chiedere ospitalità per mangiare, come se non avessi un blog di cucina o una credenza con altro cibo (forse che leggendo il blog abbia capito che io e la Runci in credenza abbiamo solo le farfalle, pure quelle morte di stenti?), o che possa inciampare dentro casa rompendomi una gamba senza poter chiamare i soccorsi, come se io non avessi l'iphone perennemente in mano.
Allora, però, come fare a non assecondare le paure di una madre per farla stare più tranquilla? Così la telefonata è finita che, armata di santa pazienza, le ho spiegato come si fa a mandare le foto su whatsapp e lei da brava alunna ha subito appreso la lezione e in sequenza multipla è riuscita a mandarmi tutte le foto del figlio della collega che presto diventerà il mio vicino di casa. E sapete che vi dico? Dalle foto che ho visto spero presto non diventi solo quello... L’avessero tutti una mamma come la mia!
E oggi in onore di mia madre, vi posto la ricetta che il tipo ha cucinato domenica per la sua, perché mica solo lui è core de mamma!


POLLO ALLA CACCIATORA


Ingredienti:
1 POLLO di media grandezza (tagliato dal macellaio a pezzi)
1 rametto di ROSMARINO fresco
2 spicchi d’AGLIO
PEPE NERO q.b.
SALE q.b.
½ bicchieredi OLIO extravergine d'oliva
1 bicchiere di VINO BIANCO
5-6 POMODORI PACHINO

Preparazione:
1) in un grande tegame basso mettere a rosolare il pollo con l'olio, l'aglio e il rosmarino per almeno 15 minuti
2) una volta che il pollo si è bene dorato, salrae e pepare
3) a questo punto versare il vino e farlo evaporare
4) in ultimo aggiungere i pomodorini pachino tagliati a metà
5) lasciar rosolare il tutto per altri 10 minuti

martedì 17 settembre 2013

CAMPANELLI D'ALLARME CON TORTA AL CIOCCOLATO
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Qualche giorno fa Marcella, la mia più assidua lettrice, mi ha scritto un messaggio per dirmi che il blog è come “il giornale che mi sfoglio al bar”!
Ed io ero seduta proprio al tavolo di un bar quando mi si è avvicinato un ragazzo che mi fa: “non sarai mica una di quelle che si mette al tavolo da sola per rimuginare su quanto è stronzo l’ex!” Tempo che alzo lo sguardo e la modalità Gigi si innesca in automatico, nemmeno stessi guidando una Smart. Tempo che lo guardo in faccia e la modalità Gigi si disinnesca, ricordandomi che io non ho una Smart. Però l’approccio mi era piaciuto e così ho pensato: “vabbè, almeno è simpatico, potremmo diventare amici”. E nemmeno faccio in tempo a posare la tazzina del caffè, che me lo ritrovo seduto di fronte che ordina un caffè anche per lui e una fetta di crostata per me senza nemmeno chiedermelo.
Il resto della storia ve la potete immaginare. Lui sembra un tipo brillante, mentre io combatto con la mia parte bipolare respingendo la Gigi che è in me e che ogni tanto vuole dire la sua. Lui è brutto ma sembra interessante, mentre io ogni tanto faccio dire qualcosa anche a Gigi, del tipo “sì, proprio ieri mi è successo di investire un gatto”. Lui è anche vestito fico come piace a me, mentre intanto Gigi ha preso possesso di me e mi sbriciolo tutta la maglietta con la crostata. Però stavolta Gigi ci ha visto lungo perché mi alzo per sgrullarmi tutte le molliche di dosso e lui, pensando lo stessi per liquidare, mi chiede il numero.
Da lì in poi si sono susseguiti un po’ di messaggi su whatsapp, fino all’ultimo fatidico che ha sancito la fine del nostro rapporto mai iniziato, per fortuna. Lo riporto testualmente per impedire a Claudia di dirmi che sono la solita snob e che se non do la possibilità a nessuno di uscire con me, andrà a finire che mi ritroverò presto vecchia e sola a dar da mangiare ai piccioni di Viale delle Milizie.
Messaggio: “Quanti coffe al giorno prendi? Perché se rinunci a quello dopo il pranzo, sta sera andiamo a prenderne un’altro insieme.
Per chi non fosse stato attento, in un periodo lungo 20 parole ha fatto 3 errori: 1) coffe??? Non ho capito. Sei inglese? Perché in tal caso, coffe, si scrive coffee, ma dato che il caffè è italiano, anche se tu vieni dalle scogliere di Dover si scrive caffè, così come lo pronunciamo, altrimenti penso che mi vuoi portare da starbucks per berne uno lungo e inizio a sognare che già hai prenotato di nascosto un aereo per Londra – sempre per la storia di Gigi di cui sopra; 2) sta sera. Allora due sono le cose: o alla riga dopo scopro che non sei inglese, ma “romano de Roma” (“sta” è la forma romana contratta di “questa”) e allora mi arrabbio perché mi hai subito fatto infrangere il sogno di volare a Londra contro una vetrina di un bar, oppure scopro che sei un italiano ma di quelli ignoranti perché stasera si scrive tutto attaccato. 3) un’altro. E con questo capisco definitivamente che il caffè me lo devo andare a prendere al bar e non da starbucks, ma con "un altro", appunto quello senza apostrofo, che mi invita a cena invece che a prendere un "coffee" e col quale "stasera" già ho preso appuntamento!
E questo è solo uno degli epiloghi che io e le mie amiche negli anni abbiamo collezionato di una serie di flirt e relazioni spot che sono appunto durate quanto una pubblicità dell’amaro Giuliani per digerirle. E i motivi sono sempre le nostre manie che, però, funzionano benissimo come campanello d’allarme ed è per questo che ne ho stilato una lista anche per voi.
1) Vi scambiate il numero e lui non vi chiama. Ora vi starete dicendo: “che c’entra? Se non chiama è fuggito lui, non c’è bisogno che lo faccia io.” Sbagliato, perché una come me innesca subito la modalità Gigi e scriverebbe per prima, facendo finta di non capire che se lui non usa il mio numero è semplicemente perché non lo vuole usare e non perché lo ha segnato male, anche dopo che ho fatto io lo squillo sul suo per farglielo memorizzare!
2) Se usa il vostro numero solo su whatsapp, le cose sono due: o ha una voce bruttissima e in tal caso scappate comunque, o non è interessato. Chiamare significa che ci vuole sentire, che mi sembra il primo passo affinché ci voglia anche rivedere. Quindi, se non chiama e si limita a whatsapp il consiglio è di mandargli una bella emoticon con il teschio e chiudete là la storia.
3) A proposito di emoticon, se per rispondervi usa praticamente solo quelle, o frasi fatte, o frasi corte come “ok”, “no”, “si”, o addirittura solo la punteggiatura, fidatevi perché ci sono appena passata, vuol dire che risponde ai vostri messaggi e nel frattempo chatta con quell’altra/e che gli interessano certamente più di voi. E già che ci sono, voi sapete per caso se al mondo esiste un manuale che spieghi l’interpretazione di alcune faccine, tipo quella che ride a denti stretti, che solo per capire che quelli erano denti e non una cerniera ci ho messo due mesi di messaggi con uno che usava praticamente solo quella, anche quando gli chiedevo se aveva fatto la valigia per partire e ora capite perché avevo pensato fosse una cerniera?
4) Ancor peggio dell’uso di whatsapp, c’è l’uso esclusivo di messenger facebook. Scappate a gambe levate perché con la fidanzata ci parla al telefono, con l’amante su whatsapp e con l’amante dell’amante su messenger facebook. Se voi foste poi l’amante, dell’amante, dell’amante, allora non solo ha seri problemi di edonismo, ma preparatevi ad addomesticare i piccioni a cui presto inizierò a dar da mangiare io perché vi serviranno come corrieri per le missive. Ora capite a cosa si riferiva Claudia??
5) Se non vi viene a prendere a casa e vi da appuntamento in un luogo non meglio precisato fino a mezz’ora prima dell’incontro, vuol dire che fino a mezz’ora prima era in attesa di riuscire ad incastrarsi con quell’altra. Se, oltretutto, per trovare il luogo dell’appuntamento dovete impostare il navigatore per scoprire che è una strada sterrata alla periferia di Roma, allora che abbia un’altra è la certezza e in tal caso impostate sul navigatore l’indirizzo di “va a quel paese”, fategli una fotografia e inoltrategliela via whatsapp.
6) Se vi viene a prendere a casa, per capire se è il caso di tornare immediatamente indietro con la scusa "ho dimenticato la pentola sul fuoco acceso", ma è inverno e non riuscite a vedere se sotto al pantalone ha i calzini bianchi (un must che ovviamente ci tramandiamo di generazioni in generazioni e nemmeno mia nonna che ha fatto la guerra sarebbe mai uscita con uno che ha il calzino bianco, piuttosto scalzo!), guardatelo in testa. Se ha il gel, scappate. Hanno inventato le cere: non sporcano le mani, non ungono i capelli, li rendono morbidi e non vi fanno correre dal ferramenta a comprare lo sciogli-colla in caso vi venga l’idea di toccarglieli.
7) Se nel momento in cui vi avvicinate per baciarvi lui sprigiona quell’odore tipico del Pino Silvestre, le cose sono due: o in macchina ha un arbre magique ed è un altro must da cui scappare che risale ai tempi di mia madre se non di mia nonna, o ancora vive con i suoi e ruba il bagnoschiuma al padre. Probabile che se lo continuerete comunque a frequentare scoprirete che come deodorante usa Malizia o Axe, e spero almeno che a questo punto decidiate di fuggire.
8) Infine, se anche dopo il bacio e la cena e il dopo cena è andato tutto liscio, vi manca solo che superi l’ultima prova: il sesso. Ci sono solo due casi in cui dovrete scappare senza neanche rivestirvi, per tutti gli altri alle prime volte facciamo finta di niente e diamogli altre opportunità. Se dopo averlo fatto vi chiede “ti è piaciuto?”, o l’ultima new entry della settimana appena raccontatami dalla mia amica, vi dice “sei stata brava”, rispondete che siete talmente esaltate dalla performance e che per riprendervi dovete scappare a casa a prepararvi una bella torta al cioccolato fondente. Lui capirà che a voi non è piaciuto e che piuttosto siete state "brave" a farglielo capire diplomaticamente con la storia della torta, che servirà in realtà a farvelo dimenticare al primo morso!

TORTA AL CIOCCOLATO

Ingredienti:
- 200 g di FARINA
- 200 g di ZUCCHERO
- 100 g di CIOCCOLATO FONDENTE 
- 50 g di CACAO AMARO in polvere
- 5 UOVA
- 1 bustina di LIEVITO
- 50 ml di LATTE INTERO
- 200 g di BURRO

Preparazione:
1) far sciogliere a bagnomaria il cioccolato fondente
2) sempre a bagnomaria fate sciogliere tutto il burro
3) una volta sciolto sbattetelo bene con l'aiuto di una frusta elettrica
4) una volta lavorato bene, aggiungere lo zucchero e continuare a sbatterlo
5) ora unite un uovo alla volta e continuate a sbattere il composto
6) non smettete finché il composto non risulterà soffice e omogeneo
7) ora unite il cioccolato sciolto e la polvere di cacao
8) una volta mescolato, aggiungete anche la farina ed il lievito
9) sbattere finché non si crei una crema densa 
10) in caso vi sembri troppo dura, aggiungere un pò di latte, altrimenti non ce ne sarà bisogno
11) a questo punto imburrata una teglia da circa 18 cm di diametro
12) versare la crema e infornare a 180° per circa un'ora





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