Faccio tutto da sola

Racconti di quotidianità e ricette per arricchirla

giovedì 10 novembre 2016

LA DATA DI SCADENZA - IL LATTE INTERO
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“Ehi ciao, ci sono novità, sai che frequento un ragazzo…”
Non dico che vorrei ricevere in risposta scoppi di palloncini e lancio di cotillon, neanche fuochi d’artificio per carità. Una pacca sulla spalla già potrebbe andare bene. Ma invece niente. Io, da una settimana a questa parte, in risposta ricevo praticamente solo profezie. E ditemi voi se avete mai sentito fare profezie ottimistiche. Infatti, ha iniziato Marianna con “Dai che se resiste fino al nostro rientro potrebbe meritarsi una cena casalinga”. E dato che è in viaggio di nozze e torna tra tre settimane, ergo al Tipo non ha dato neanche un’aspettativa di vita di un mese. Sempre meglio di mia madre che invece ha sentenziato “non voglio sapere nulla perché tanto tra una settimana archivi la pratica”. Praticamente il più fiducioso di tutti è stato ieri Jerry che mi ha chiesto “questo arriva a piluccare i candidi?”, ossia fino a Natale. Almeno ha esposto la faccenda in forma di proposizione dubitativa e non sentenziale, come hanno fatto le atre due.

In sostanza, non c’è nessuno tra i miei amici e parenti che non gli abbia dato una scadenza. Proprio come il latte. Tu lo compri, lo piazzi in frigo e ne bevi un tot al giorno. E quel latte, essenzialmente, ha due possibilità di riuscita: o viene assaporato e bevuto fino all’ultima goccia, oppure… scade. Non so chi di voi ne beva, ma tra coloro che lo fanno sarà impossibile trovare a chi non piaccia il latte fresco intero. Quello è Latte. Il resto sono surrogati, compromessi, rimpiazzi. Infatti, quando sono andata ad abitare da sola ho continuato a comprare il latte fresco intero come avevo sempre fatto, solo che a distanza di una settimana (quella a cui si riferisce mia madre?) scadeva sempre ed ero costretta a buttarlo. Ho così iniziato a prendere le misure e a comprarlo in formato da mezzo litro, ma capitava troppo spesso di alzarmi la mattina e trovarne poco per il mio caffelatte. Decisamente non era un formato che mi soddisfacesse e che potesse andarmi bene per lungo tempo. E’ così passato il primo anno ed ho escogitato un’altra soluzione… il latte a lunga conservazione: decisamente meno saporito, ma sempre a disposizione. La cosa è facile: si va al supermercato, se ne comprano 3/4 scatole senza badare alla marca (non avendo tanto sapore non importa ce ne sia uno più buono di un altro) e per un bel po’ di tempo si tira avanti senza pensare se stia finendo, se invece stia scadendo, o se sia ancora buono. Lui è lì. Si apre il frigo e sta lì e, quando anche finisce, si va in credenza e se ne apre un nuovo cartone. E’ tutto molto facile, tutto a portata di mano. Ma si sa che le cose facili, in fondo, non piacciono proprio a nessuno e figuriamoci a me. E poi, come dice la mia mamma, “il meglio è meglio” e io ho sempre saputo riconoscerlo. Non a caso, infatti, mi è sempre piaciuto il latte fresco intero, quello che rischi di far scadere, ma che se inizi a berlo non smetti fino all’ultima goccia. E forse il Tipo ha la mia stessa percezione del gusto, nonché del meglio, perché la prima volta che si è fermato a dormire a casa mia si è presentato con una bottiglia di Latte Fresco Intero, cosa che, povero lui, gli è valsa ormai la prima parte dell’appellativo per questo blog: il “Lattaio...". Ovviamente per la seconda dovremo attendere di capire la sua data di scadenza!
Riuscirà il nostro Lattaio a superare le più pessimistiche profezie dei miei amici e a conquistare la sua seconda parte del nome? In attesa, intanto, consiglio a tutti un buon bicchiere di latte fresco intero e vi lascio i link per capire come poter scegliere quello buono!

Il Latte
Cos’è, come si fa e valori nutrizionali



venerdì 4 novembre 2016

IL RITORNO - PENNETTE ALL'ARRABBIATA
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Vi ho lasciato a Giugno del 2014, quando a 9000 piedi di altezza ragionavo sulle priorità della mia vita e a come sistemarle. Devo dire di essere riuscita nell’intento talmente tanto bene che di lì in poi non ho più avuto tante storie da condividere con voi. Certo, sono rimasta sempre la stessa con annessi imprevisti fuori campo a condire la mia vita, ma in questi due anni nel campo sentimentale ci sono state sostanzialmente solo tre new entry rilevanti e tutte di statura variabile tra i 60 e gli 80 cm… i miei nipoti nuovi di zecca! E siccome loro sono ancora troppo piccoli per farmi disperare, arrovellare il cervello, o inorridire dinnanzi a errori ortografici, ho pensato non vi sarebbe interessato sapere quanto li ami e che nella nostra liaison sentimentale procede tutto liscio.
E, infatti, tutto liscio è filato fino a qualche sera fa, quando appunto ero nel più totale relax con amici a festeggiare l’imminente matrimonio di Marianna e Simone (sì forse di loro vi avrei potuto parlare, ma non mancherò di farlo nei prossimi post). Io bevevo un bicchiere di vino e “il tipo” (il suo nome per questo blog è ancora in fase di studio) pure, ma con un’altra. Io ho evitato di innescare la modalità Gigi presentandomi di sfuggita e lui è parso a suo agio nel presentarsi con nome e cognome. Roba che io a stento ricordo che mi chiamo Giulia e non Gigì ed è per questo che sono subito fuggita via. Lui però poi ha evidentemente innescato la modalità Alex, perché quando sono tornata dai miei amici si è intrufolato tra di noi. Il resto è andato come potete immaginare. Lui scherza, io troppo. Lui è gentile e io dico un sacco di parolacce. Lui però è evidentemente anche pazzo, perché poi il giorno dopo mi ha aggiunta su fb e poi su wapp. Così lui ha iniziato subito a usare le faccine e, siccome a me piaceva e non volevo farlo fuori in tempo record, l’ho chiamato. Tre ore di telefonata. No aspettate, ve lo ripeto: tre ore al telefono. E ho riso, riso tanto. Così quando “il tipo” mi ha chiesto di andare a cena fuori ho anche accettato. Fino a qua nulla di strano, se non fosse che con annessa cena ho fatto anche il mio primo giro su due ruote e il tutto senza urlare, tremare e dimenarmi dalla paura. Perché, in verità, di paura non ne ho avuta e forse - e dico forse – questa volta non ne vorrei proprio avere. Ok, dai, ora non esageriamo, però è già qualcosa che stavolta ho ammesso di averla. Prima ovviavo alla questione con “archiviazione immediata della pratica” (cit. mia madre) e, se non scappavo io, facevo in modo lo facessero loro. Riflettendo, in realtà, anche questa volta mi ci sono impegnata, perché nella seconda e terza uscita l’ho invitato a bruciapelo a raggiungermi mentre ero intenta nello studio di me stessa immersa nella fase di decadentismo alcolico (queste storie vanno sviscerate meglio e lo farò nei prossimi post). A quanto pare, però, lui è effettivamente pazzo, almeno quanto me, perché non solo è rimasto, ma mi ha portata via con sé. Ok, no, in verità sono io che ho occupato coattamente casa sua, ma poco importa dato che non solo non mi ha denunciata, ma mi ha anche riportata a casa. Quindi, oltre ad essere pazzo, probabilmente è anche buono e questo ci accomuna. Ma poi lui è alto e io sono una gnappa. Io però sono giovane e lui è vecchio (ok, ammetto che questo è un altro tentativo per farlo scappare!), perché ad essere onesta lui di sicuro è più giovane di me che concorro per il Premio Nonna Belarda dell’anno. Lui poi è anche simpatico e io pure (vero Runci?), solare e io pure, intelligente e io un po’ meno, ma fortunatamente ancora non se n’è accorto. Ma soprattutto a lui piace questo blog ed evidentemente anche le pennette all’arrabbiata, dato che è il piatto con cui mi ha proposto di riprendere a scrivere. E siccome voglio che se la smetta di leggere i vecchi post dove parlo di altri e mi piacerebbe che iniziasse a conoscermi per come sono con lui, questo è il motivo per il quale oggi vi lascio questa ricetta!

Pennette all'arrabbiata

Ingredienti per 4 persone:

- 2 spicchi di AGLIO
- 100 g di PECORINO
- 40 g di OLIO EXTRA VERGINE DI OLIVA
- 8 g di PREZZEMOLO
- 5 g di PEPERONCINO FRESCO
- 400 g POMODORI PELATI (scatola)
- 500 g di PENNETTE RIGATE

Preparazione:

- Tritare finemente  l’aglio;
- Se il peperoncino è fresco lavarlo, affettarlo e privarlo di parte dei semi; se è secco spezzettarlo. 
- Mettere in una padella l'olio con l’aglio e farlo dorare a fiamma dolce.
- Unire quindi il peperoncino, mescolare, lasciar cuocere per qualche minuto, quindi unire il pomodoro.
- Unire un pizzico di sale e proseguire la cottura per 10-15 minuti, a fiamma media e senza coperchio. Mescolare di tanto in tanto e a fine cottura assaggiare e regolare eventualmente di sale.
- Nel frattempo lavare il prezzemolo, selezionarne le foglie e tritarle finemente con la mezzaluna su un tagliere.
- Quando il sugo sarà cotto unire un po' di prezzemolo tritato, mescolare e tenere coperto.
- Lessare la pasta in abbondante acqua salata e, poco prima di scolarla, accendere il fuoco nella padella del condimento. 
- Saltare la pasta scolata a fiamma vivace nella padella del condimento per qualche minuto, girando di frequente.
- Servire immediatamente decorando con altro prezzemolo tritato.

martedì 10 giugno 2014

POTARE I RAMI SECCHI - CHEESE CAKE
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Un viaggio per pensare. Un viaggio per staccare la spina, allontanarsi da tutto e riuscire a vedere le cose a distanza. Sapete quando amici e parenti vi vedono in panne e vi consigliano di distaccarvi dal problema, diventarne quasi un osservatore esterno per poterlo valutare meglio nella sua oggettività? Ecco, a me è successo proprio questo. E pensare che salita su quell’aereo non avevo nemmeno idea di avere un problema, ma 9 ore di volo ad occhi sbarrati e 7000 piedi di altezza, beh forse creano quel giusto distacco per vedere le cose da un’altra prospettiva. Da lassù si vede tutto minuscolo, anzi più ci si alza e più quei massi giganti che avevamo lasciato a terra spariscono del tutto dalla nostra visuale. E allora il rischio qual è? Che a terra però ci si ritorna sempre, che il biglietto non è mai di sola andata e che piano piano da quell’altezza si scende e i puntini a mano a mano diventano sempre più grandi, fino a tornare di nuovo massi. Ma il trucco affinché quei puntini visti dall’alto, al nostro ritorno rimangano tali, diventino gestibili è affrontarli dall’alto quando li vediamo piccoli, quando ce ne distacchiamo. Ed è proprio quello che ho fatto io. Anche perché non è che avessi molte possibilità di divagare la mente. Nove ore di volo con un bouquet di film già visti e la mia amica accanto che ha praticamente russato da dopo il decollo fino all’atterraggio mi hanno costretta a trovare un modo alternativo per ingannare il tempo. E così, un po’ per schivare lo stuart che ha provato a battere l’uscita dandoci appuntamento a non so quale locale di quale via non appena messo piede in aereo e la sua collega che voleva propormi per forza il menu pasta, anziché quello di carne, ho piazzato le cuffiette nelle orecchie, spinto il tasto repaeat alla mia canzone preferita del momento (Asa – the place to be) e col decollo dell’aereo sono decollati anche tutti i miei pensieri.

Ed eccoli là, tutti aggrovigliati su loro stessi in una massa informe e a primo impatto senza possibilità di districamento. Ma come vi ho detto, l’aereo ha iniziato presto a prendere quota e a farmi vedere dal finestrino quella massa confusionaria di pensieri come singoli puntini sempre più piccoli e più facili da sistemare come i pedoni di una scacchiera. E proprio come un giocatori di scacchi, anche io ho iniziato a spostarli sulle caselle bianche e nere, fino a trovarne la giusta collocazione per ciascuno, fino a sistemarli in modo che la prossima mossa fosse quella che porta allo scacco matto. Certo, tutto questo non è stata operazione semplice e mi è costata anche la distrazione con la hostess che alla fine mi ha piazzato davanti il menu di pasta, ma una voltas atterrata ho avuto dinnanzi a me un ordine ragionato e la giusta collocazione per ogni mio pedone. E sì, perché il mio problema, non era tanto mio, quanto piuttosto la mancanza di ordine e priorità ai vari pedoni e pilastri della mia vita. Ma dopo 9 ore di volo e una volata transoceanica, eccomi due giorni dopo immersa nel verde di Central Park a rincorrere scoiattoli e a battere palline da baseball cercando il mio personalissimo fuori campo, che non è arrivato, ma mi ha permesso di spiare da dietro la visiera un giovane giardiniere mentre potava i suoi alberi. Ora, voi mi chiederete cosa mai c’entri il giovane giardiniere con i miei pedoni della scacchiera… C’entra e vi spiego subito il perché. Avete mai pensato a come funziona un albero? E’ semplice. Un albero è divisibile in tre sezione principali: le radici con il quale prende nutrimento dal terreno, il fusto che porta il nutrimento a tutta la struttura, e i rami corredati dalle foglie che lo rendono piacevole alla vista e utile per la sua ombra. Bene. Sapete però come si fa affinchè l’albero continui ad essere rigoglioso e offra a noi la sua ombra sotto la quale ripararci? Si pota. E il giardiniere esegue esattamente quello che io ho imparato a fare dalla sua osservazione. 
Per prima cosa elimina tutta quella serie di rami secchi che non fanno altro che rubare linfa vitale a quei rami che invece crescono forti e rigogliosi. Quindi, una volta eliminato ciò che risucchia l’energia al resto della pianta, si occupa delle foglie. Scuote i rami floridi per far scrollare tutte le foglie morte che impediscono all’albero di essere di per sé bello e prosperoso. Ed è esattamente quello che ho iniziato a fare per diventare a mia volta un albero bello alla vista, carico di energia per me stessa e così tanto rigoglioso da offrire anche agli altri la meritata ombra. Ed è così che ho passato le mie 9 ore di volo di ritorno, potando dalla mia vita quei rami ormai diventati secchi e che risucchiavano energia a tutti quegli altri rami sani e pieni di foglie vitali, dai quali ho poi scosso le foglie ormai inutili. E una volta completata l’operazione mi sono subito sentita più sana, più libera, più sgombra, ma allo stesso tempo ancora più capace di donare ombra alle persone che ne meritano e più carica di energia vitale per me stessa, tanto da indossare di nuovo il camice da chef non appena messo piede a casa per preparare una cheese cake formato gigante, così come l’ho mangiata a New York.

CHEESE CAKE

Ingredienti per un teglia di 22-24 cm

Torta:
·         250g di BISCOTTI DIGESTIVE
·         150g di BURRO
·         2 cucchiai di ZUCCHERO DI CANNA
·         20g di AMIDO DI MAIS
·         1/2 LIMONE
·         100g PANNA FRESCA
·         600g PHILADELPHIA
·         2 UOVA
·         1 TUORLO
·         1 bacchetta di VANIGLIA
·         100g di ZUCCHERO

Glassa:

·         150g di ZUCCHERO A VELO
·         100g di PANNA ACIDA

Farcitura:
·         2 PERE williams
·         100g di KUMQUAT (arancini cinesi)
·         80g di GOCCE DI CIOCCOLATO FONDENTE
·         20g di liquore KIRSCH (o alla ciliegia)
·         1 manciata di PEPE VERDE in grani
·         100g di ZUCCHERO



Preparazione:

1) tritare nel mixer i biscotti fino a sgretolarli completamente;
2) unire lo zucchero di canna e mescolare
3) sciogliere tutto il burro a bagnomaria
4) una volta fuso il burro, unirlo ai biscotti e allo zucchero. Amalgamare bene.
5) a questo punto, se avete una tortiera a cerniera, imburratela anche sui bordi, altrimenti se avete una tortiera normale bisogna foderarla con la carta forno
6) ora bisogna riversare i nostri biscotti imburrati nella tortiera e spalmarmi bene fino a che si crei un fondo alto circa un centimetro e ben livellato. Poi mettete la tortiera in frigo per 40 minuti.
7) E quella era la base biscottosa della nostra cheese cake. ora passiamo alla preparazione della torta vera e propria. Sul foglio del gambero rosso c'e' scritto di iniziare a montare a neve le uova. Io ho preferito farlo in seconda battuta perché dato che la base doveva stare in frigo per 40 minuti, avevo paura che si smontassero gli albumi. Così sono passata prima a preparare tutti gli ingredienti che sarebbero di lì a poco serviti. Incidere la bacchetta di vaniglia nel mezzo con una lama affilata e prelevare il dentro.
8) ora pesiamo lo zucchero e il philadelphia. 
9) ed anche il liquore alla ciliegia, l'amido di mais che uniamo direttamente allo zucchero e spremiamo la metà di un limone.
10) ora che tutto è pronto iniziamo a dividere gli albumi dai tuorli e montiamo a neve gli albumi
11) non appena sono pronti gli albumi, passiamo a lavorare i tuorli, a cui uniamo la vaniglia e lo zucchero con già amalgamato l'amido di mais
12) ora uniamo anche gli albumi montati, il succo del limone e un pizzico di sale, sempre continuando a mescolare. Poi anche la panna fresca ed infine il formaggio. Mescoliamo il tutto fino a che non diventi una crema omogenea e corposa
13) questo è il risultato prima di spalmarla sulla base biscottata.
14) a questo punto tirare fuori dal frigo la base di biscotti e spalmare sopra il composto "philadelphioso". Livellare con l'aiuto di una spatola. Sul foglio del Gambero Rosso c'è scritto che la crema dovrebbe essere alta circa 5 cm. la mia è venuta di 3 cm.
15) infornare per 35 minuti a 160°
16) mentre la torta è in forno bisogna preparare la glassa e la farcitura di frutta. Per entrambe ci sarebbe la soluzione facile di comprare già tutto fatto, sia la panna acida, sia il topper con il gusto che preferiamo. Io ho fatto prima la panna acida: unire alla panna il succo di limone e lo zucchero a velo.
17) a questo punto passare alla farcitura di frutta. tagliare a piccoli cubetti le pere e a striscioline gli arancini cinesi denocciolandoli. Mettere nella padella con lo zucchero e il pepe verde.
18) fiamma vivace per 5 minuti in modo che la frutta si caramelli. Dopo versare il liquore alla ciliegia. un altro paio di minuti sul fuoco ed è fatto
19) a questo punto bisogna aspettare che si freddi, prima di aggiungere le gocce di cioccolato.
20) terminato il tempo di cottura della torta, lo chef del gambero rosso consiglia di lasciarla in forno altri 5 minuti con il grill.
21) Ora bisogna solo farla freddare. Una volta freddata, cospargerla di panna acida
22) Appena prima di servirla versare sopra la composta che abbiamo preparato con la frutta e il risultato.... nemmeno ve lo racconto perché ho ancora la bocca piena!

giovedì 20 marzo 2014

NOTTATA INSONNE - TORTA LIGHT RICOTTA E COCCO
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Mia madre dice sempre "chi ha più intelligenza la usi".
Spesso questo nella vita si traduce nel saper valutare la situazione e capire quando è il caso di mettere da parte l'orgoglio. Altrettanto spesso, quindi, si traduce in due tipi di gesti: tendere la mano e fare per primi il passo verso un'altra persona; saper ammettere i propri errori e chiedere scusa.
Forse è proprio a causa dell'insegnamento di mia madre che quasi sempre, soprattutto quando riguarda la sfera dei sentimenti, in genere la prima a tendere la mano, o ad ammettere i propri errori sono sempre io. Evidentemente, però, negli ultimi tempi non riesco a leggere bene il quadro della situazione, perché per l'ennesima volta nell'arco di poco tempo mi è capitato di accantonare l'orgoglio e di aver ricevuto di tutta risposta un bel due di picche.
Ricordate che già vi avevo raccontato che col Pantofolaio Rosa, dopo aver ammesso di essermi comportata come una labile psicotica e avergli chiesto di ripartire da zero, lui mi ha sostanzialmente risposto "rifiuto l'offerta e vado avanti... ma con un'altra"? Ecco, più o meno lo stesso pacco l'ho ricevuto anche ieri.
Dato che la ferita però ancora brucia, non ho voglia di dilungarmi su quanto accaduto e sui motivi che mi hanno fatto rompere i rapporti con questa mia amica. Quello che tutta questa notte non sono riuscita a togliermi dalla testa è piuttosto come mai ultimamente non riesca ad interpretare quello che mi fa arrivare alla rottura e che poi, quando provo ad aggiustarlo, mi scivoli inesorabilmente dalle mani rompendosi definitivamente. Voglio dire, quando si arriva allo scontro, difficilmente il torto risiede solo da una parte ed in genere sono io quella parte che per prima si mette in discussione. Così ho fatto col Pantofolaio Rosa e così ho fatto con questa mia amica, ma in entrambi i casi non avevo capito che era volontà dell'altra parte portarmi allo scontro, probabilmente per poter più facilmente fuggire da me.
Dopo una nottata passata ad analizzare ogni singolo evento che ha portato al rifiuto di voler andare avanti (per lo meno con me!) ho iniziato ad inquadrare i miei gesti e comportamenti come sostanzialmente delle risposte ai loro atteggiamenti nei miei confronti. E allora devo dar ragione al mio amico Massimiliano quando ha sentenziato che sia stato il mio subconscio a farmi agire in una determinata maniera, perché razionalmente non volevo ammettermi quanto invece avevo percepito già a livello inconscio.
Ma allora quale tipo di corto circuito è avvenuto in questi casi nel mio cervello che non mi ha permesso di capire anticipatamente che davanti a me avevo una persona a cui di me non interessava poi molto?
Sono sicura che per risolvere questo interrogativo, dato che non penso che avrò mai la possibilità di chiederlo alla persona interessata, mi ci vorrà qualche altra serata insonne e dato che stanotte non vorrò trovarmi impreparata come questa appena trascorsa, ecco la ricetta di un dolce ipocalorico, da poter mangiare tutta la notte senza avere i sensi di colpa la mattina dopo. Almeno per quello!

TORTA LIGHT DI RICOTTA E COCCO
Ingredienti:
130 g di ricotta
130 g di farina 00
130 g. di farina di cocco
qualche goccia di dolcificante 
un vasetto di yogurt 0%
una bustina di lievito

Preparazione:
1) versare tutti gli ingredienti insieme in una terrina
2) impastare tutto insieme e amalgamarli bene
3) a questo punto bagnare un foglio di carta forno e strizzarlo bene
4) stendere il foglio nello stampo da forno e versarci sopra il composto 
5) livellare con una spatola il composto e metterlo al forno a 140° per circa mezz'ora.

mercoledì 19 marzo 2014

VALIGIE E DIVANI - BIGNE' DI SAN GIUSEPPE
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19 marzo 2014 00:49
Ciò significa che i 32 anni hanno avuto ufficialmente inizio da 49 minuti esatti.
I 31 anni si sono ufficialmente conclusi qualche minuto fa con la voce di Claudia urlata fuori dal finestrino della macchina con: "E' solo un giorno in più".
Col cavolo!
Chiunque mi conosca sa quanto io odi il giorni del mio compleanno, perché non è vero che è solo un giorno in più, è molto di più. È un anno in più di ricordi. E’ un anno in più di esperienze. E’ un anno in più sulla carta d’identità e anche sulle rughe intorno al collo. E poi, quest’anno me ne sono successe di cose, talmente tante che le rughe del collo hanno fatto il giro completo, roba che se le tatuo ne esce una collana stile impero!
Come ben sapete ormai tutti, i 31 anni hanno visto protagonista le valigie, sia fatte che disfatte. Il tutto ha avuto inizio con le buste di mais da casa del Calzinaio Matto a casa della Runci. Poi qualche mese più tardi si è trattato di vere e proprie valigie e scatoloni, che con corriere espresso (ditta Luca&Manu, a proposito, ancora grazie!) hanno fatto rotta verso la cantina della mia nuova casa. D’estate ci sono state altre valigie, ma stavolta programmate, per approdare a casa in Sardegna dove sono voluta scappare per un po’ (beh, sì, in effetti, mi sono proprio voluta punire!), per poi disfarle di nuovo a casa di Runci, da dove invece non sarei voluta più andar via, fino a quando Mustafà, l’operaio dei lavori di casa, mi ha chiamata minacciandomi che se non mi fossi trasferita io, lo avrebbe fatto lui con tutti i suoi figli. Così ad Ottobre ho di nuovo fatto le valigie con i miei quattro stracci (come dice la Runci) e ho affrontato il mostro: la vera e propria singletudine! E dato che il mostro alla fine non è stato nemmeno troppo arduo da sconfiggere, ecco per me altri scatoloni da impacchettare, stavolta di lavoro.
E questa è solo la sintesi delle valigie fatte e disfatte da me, perché poi potrei dilungarmi invece sulle valigie fatte e subito disfatte anche di altri, ossia quelli che in brevi periodi hanno soggiornato a casa mia, delle volte scambiandola anche per un albergo. Ecco, forse, quelle – quasi tutte – sarebbero state le valigie che mi sarei potuta risparmiare di veder entrare ed uscire dalla porta di casa, ma io sono una persona ospitale ed accomodante e purtroppo lo sono anche i divani del mio salotto, tanto che segretamente sto pensando di cospargerli di puntine. Quando però mi trovo al ferramenta tutta intenzionata a comprarle, ecco che mi ricordo anche di altre valigie, quelle che invece vorrei vedere solo entrare e mai uscire, ossia di tutti i miei amici, quelli veri, quelli buoni, quelli che si siedono sul divano e senti che anche loro non se ne vorrebbero mai andare. Quelli per cui ti svegli presto la mattina per fargli trovare pasta e patate. Quelli che ti dedicano due ore del loro tempo a psiconalizzare i drammi sentimentali e che alla fine attacchi la cornetta con una nuova consapevolezza: sì è vero, io ci ho messo del mio per farlo scappare, ma è stato il mio subconscio a farmi agire così, quindi in realtà non è colpa mia, è lui che è un deficiente e non l’ha capito! Quelli che rinunciano alla propria serata di baldoria per farti compagnia nel giorno di tristezza e ti chiedono di farlo diventare un’abitudine perché: “oh alla fine the voice è troppo fico, mercoledì si replica!”. Quelli che addirittura preferiscono lo sgabello della cucina al divano, perché il frigo così è più vicino e il vino se lo bevono fresco. Quelli che al divano preferiscono il letto perché sanno che rimanere a dormire con me significa farmi sentire meno sola. Quelli a cui invece il divano piace talmente tanto che ci hanno lasciato la forma stampata e anche un po’ di bava sul cuscino (sì Runci, mi riferisco a te!). Quelli che “oh affittami sta stanza, così sai come se tajamo!”. 
Quelli che mi piombano a casa di domenica alle 11 con la scusa di doverci sbrigare per andare allo stadio e invece vogliono solo accertarsi che nella mia vita fili tutto liscio. E sì, qua mi riferisco al mio papino, che ogni volta prova a resistere di chiedermi come va, ma poi alla fine cede sempre e gli tocca il racconto minuzioso e particolareggiato di ogni mio frangente! Ed è proprio questo che me lo fa adorare alla follia, perché oltre ad essere un papà meraviglioso, ora riesce anche ad essere un amico con il quale amo condividere il mio divano.
E dato che oggi è la sua festa, ma io purtroppo non riuscirò a vederlo, sono certa che domenica arriverà al suo solito orario e magari stavolta invece delle mie chiacchiere sulle varie disfatte, riuscirò a fargli trovare i bignè di san giuseppe.


BIGNE’ DI SAN GIUSEPPE

Ingredienti per i bignè:

·                        50 gr di burro
·                        250ml di acqua
·                        un pizzico di sale
·                        130 g di farina 00
·                        4 uova
·                        50 gr di zucchero

Ingredienti per la crema:

·                        500 ml di latte
·                        150 g di zucchero
·                        4 rossi d'uovo
·                        70 g di maizena
·                        1 g di vaniglia
·                        1/2 scorza di arancia

Preparazione:

- Procedimento per la crema pasticciera
Mescolate in una pentola le uova, lo zucchero e la maizena, aggiungete il latte bollente, portate tutto ad ebollizione per almeno 2 minuti mescolando continuamente e aggiungete per ultime la scorza di arancia grattata e la vaniglia.
Fate raffreddare in frigorifero ricoprendo la crema ottenuta con la pellicola trasparente in modo che non si formi la pellicina.
- Procedimento per le zeppole
1) Fate bollire l’acqua con il burro, lo zucchero e il sale e versate poi tutta insieme la farina. Mescolate continuamente fino a quando si sarà formato un composto omogeneo, liscio e che si stacchi dai bordi della pentola. Togliete dal fuoco, fate raffreddare e aggiungete, una alla volta, mescolando bene le uova.
2) Mettete poi nell’apposita tasca da pasticciere con bocchetta a foro stellato l’impasto ottenuto e, su dei fogli di carta oleata che avrete buccherellato, formate le zeppole (circa 6 per foglio) che dovranno essere non più grandi di una nespola.
3) Per cuocerle preparate 2 padelle con abbondante olio di arachide, una su fuoco medio e un’altra su fuoco più alto. Quando l’olio sarà caldo immergete nella prima padella le zeppole con tutta la carta oleata su cui poggiano. I fori praticati serviranno a fare passare l’aria in modo che le zeppole si staccheranno facilmente. Quando galleggeranno, toglietele, aiutandovi con la schiumarola, da questa padella e immergetele nell’altra contenente l’olio più caldo.
4) Fatele dorare da tutti i lati, quindi sgocciolatele su carta assorbente e ripetete questa operazione fino a quando avrete finito di friggerle tutte. Ricordatevi sempre di togliere la carta oleata non appena le zeppole si sono staccate.
5) Mettete le zeppole sul piatto di portata, riempitele con la crema pasticciera, qualche amarena e cospargertele con zucchero a velo.


Faccio tutto da sola